Questo racconto è un esperimento. Non sono esperto nei dialetti e in genere cerco di evitarli, ma qui non potevo farne a meno.
Se lo sapesse Salvatore!
Ma lo saprà. Quando torna glielo diranno. Tante sberle... un occhio nero... o anche tutti e due... Ma riuscirò a farmi perdonare. Io lo conosco. E isso me conosce a me. Si ‘o guardo dint’all’uocchie isso mi comprende senza bisogno di parlare. Cinque mesi senza fottere? E tu che hai fatto laggiù, Salvatore mio, ‘o santo? ‘O ricchione? Nun ce credo.
Ma non è questo che conta. Lui a me mi può pure accidere: lo saccio che aggi’ a pagare e pagherò. Ma Salvatore a me nun m’accide. Salvatore me vuo’ bbene. Chilla ca me scassa l’anema è sua madre, la capintesta delle cinquecento comari che non tengono niente di meglio che farsi gli affari degli altri e poi se li raccontano per vedere chi li sapeva già. Tengono invidia delle giovani perché ai tempi loro fottere era molto più rischioso.
Ma i’ ch’aggi a fa’? Già è un problema quando tuo marito sta ccà e la sera torna a casa e ti scruta come se sospettasse (e nun è overo: lui non sospetta, sei tu che tieni la coscienza sporca e ti pare che i suoi occhi siano come le dita del ginecologo, che ti entrano dentro e non gli puoi nascondere niente). Ma ‘o marito mio nun ce sta. Isso m’ha lasciata sola con i miei penzieri che nascono tra le gambe e salgono su e non mi danno pace, perché in casa non ci sta nisciuno che li fa tacere. Salvatore mio se n’è ghiuto a chillo sfaccimm’e posto dove la gente si accide e manco sape pecché.
E i’ o saccio che ci stanno libri e libri con scritto che una femmena non deve tradire all’uomo suo manco se lui va in guerra e non si sa se torna fra un mese o fra vent’anni, o se non torna cchiù. Ma chi li scrive sti libri? Mica li scrivono ‘e femmene, e manco l’uommeni che so’ partuti: li scrivono l’uommeni che restano ccà, chelli ca me fanno squagliare di desiderio, e mi accarezzano, e mi sussurrano all’orecchio: ”Te voglio puttana e malafemmena”, e mi fanno bollire il sangue, pecché è accussì che si gode a letto, ‘o saccio io e lo sanno pur’issi, è overo, è proprio accussì, e poi scrivono che siamo sante, vergini e martiri, per fare fessi i mariti nostri.
Stasera viene ‘o figlio ‘e don Rafe’, co ‘na Ferrari che non la teneva manco Maradona. Mi porta a una festa di amici suoi, al Vomero o a Posillipo. Vuole che mi metto le autoreggenti e che prima di entrare in casa degli amici suoi mi levo gli slip e faccio tutta la festa senza mutande, e isso lo sape e gli altri no. Isso tene sta fantasia. E già lo saccio che andrà a finire come le altre volte, che si rimane in cinque o sei e ci si ammucchia, poi si fiuta ‘a polverina bianca e si ricomincia. Ma pecché ci aggio a dì che nun me piace, che mi vergogno, che m’hanno costretta? Nun è overo. I’ tengo ventidue anni e me piace la Ferrari, me piaceno i vestiti che m’accatta isso, che basta cammina’ pe disegnare tutt’e curve, me piace andare alle feste e divertirmi. E pure fottere me piace. Me piace assai. Tengo ventidue anni e non voglio stare chiusa in casa a pregare ‘a Maronna che faccia tornare presto a Salvatore, che tanto lo so quando torna. E mai al mondo che tornasse prima, perché vorrebbe dire che è ferito o magari morto.
Laggiù ammazzano ai cristiani e o marito mio tiene pure la divisa per farsi conoscere meglio. Scrive che sti figli ‘e ndrocchia montano su un’automobile piena di esplosivo e si buttano contro alle caserme, agli alberghi, agli obbiettivi loro, e fanno scoppiare tutta cosa, e ‘a sentinella salta per aria pure issa e quando arrivano gli altri a raccattarla sta schiantata in tanti pezzi che non li rimettono assieme manco ‘e prufessure d’o Cardarello.
E io che faccio senz’a isso? E poi pecché ha da murì? Maronna ‘e Pompei, si o fai turnà vivo te porto ‘a cullana che mamma mi regalò il giorno del matrimonio. Maronna, io tengo i difetti miei, ma a Salvatore l’aggio sempe voluto bene. Lo voglio bene pure quando sto a fottere c’o figlio ‘e don Rafe’. Maronna, nun me fa’ stu sfregio. Io tengo tante cose che nun m’hanno a fa’ durmì per tutto il resto della vita mia, ma nun me fa’ tene’ sulla coscienza pure la vita ’e Salvatore. Salvatore ha da turnà.
***
Solo Dio è grande e infinite sono le strade della sua gloria. Per il mio martirio mi è toccata in sorte un’auto General Motors. Un altro segno della sua grandezza: i cani infedeli vanno frustati con una cinghia ricavata dalla loro stessa pelle. Questi esseri immondi e senza legge che distruggono tutto ciò che incontrano, che bombardano e uccidono, che si ubriacano di liquidi fermentati e si ingozzano della carne di bestie impure, questi demoni sono venuti a contaminare con la loro presenza il suolo sacro della patria. Anche se le torri della sua superbia sono state abbattute, il grande Satana mette in campo tutta la potenza del male: aerei, elicotteri, missili che partono da dietro l’orizzonte.
Ma la nostra fede è un’arma invincibile. Il profeta ha promesso un paradiso di verdi boschi e freschi ruscelli, e ogni ben di Dio, e cinquanta vergini profumate che attendono i martiri per consolarli del loro sacrificio. Mai più deserto: solo alberi pieni di frutti maturi, e acqua a volontà. Forse anche vino, chissà. Questo è il premio, la ricompensa, il paradiso. E il nostro dovere è lottare fino al martirio per ricacciare Satana nel fuoco eterno dove si consumerà nei secoli dei secoli. Questa è la via da imboccare, secondo la parola del profeta.
Tutto avviene per la gloria di Allah. Samir ha rubato l’auto. Ibrahim ha lavorato una notte intiera per imbottirla con l’esplosivo che Giafar ha portato giù dal Caucaso. Feisal ha procurato gli inneschi. Jamil, Hassan e Mahmud hanno raccolto informazioni. Io guiderò l’auto e salirò in cielo. Il coro degli angeli mi guiderà al fresco ruscello, al bosco ombroso dove mi aspettano le cinquanta vergini. No, gli stranieri non possono fermarci perché Dio è con noi. Insegnerò ai cani infedeli che solo Dio è grande.
Ecco: il momento è arrivato. Adesso tutto dipende da me. Non devo permettere che l’operazione fallisca per una stupidaggine come un semaforo giallo o una capra sbandata che attraversa la strada. Ibrahim solleva la saracinesca e la luce improvvisa mi fa sbattere le palpebre. Sono sudato. Da un mese non fumo neanche una boccata di hascish. Voglio essere lucido per fronteggiare qualunque imprevisto. Ma all’improvviso le palpebre si mettono a sbattere in modo incontrollato. Qualcosa mi ha scavato un buco sotto al cuore. Metto in moto. Svolto a sinistra nel viale: la caserma è là in fondo.
Devo fare ancora un chilometro.
Devo viaggiare tranquillo sulla destra.
Devo fare attenzione alle buche. Sarebbe proprio da fessi saltare in aria a poca distanza dall’obbiettivo.
Avanti così. Benissimo. Ho smesso di sudare. Adesso i battiti del cuore sono meno tumultuosi. Ho smesso anche di sbattere le palpebre. Il posto di blocco è vicino: forse duecento metri. Un bel respiro profondo.
Oltre la sbarra c’è ancora un tratto da percorrere prima di arrivare ai fabbricati e Mahmud non è riuscito a sapere con sicurezza dov’è il deposito delle munizioni. Ma dove ci sono sentinelle di guardia c’è sicuramente qualcosa di importante. Punterò addosso alle guardie. Bruceranno con me.
Un’auto con una bandierina sul parafango è ferma al posto di blocco. Un soldato alza la sbarra per farla passare.
Accelero. Sono a cinquanta metri dall’auto che si riavvia. Una guardia grida qualcosa. Un’altra agita le braccia. L’auto passa lentamente sotto la sbarra e svolta a destra. La sbarra sta per tornare a scendere.
Accelero ancora. Due soldati mi guardano paralizzati dallo stupore.
Sono passato. Il soldato che manovrava la sbarra non l’ha abbassata. Ha capito che non mi sarei fermato ed è rimasto lì, bloccato come una statua. Sento gridare alle mie spalle. Fra un secondo o due cominceranno a sparare.
Non resta molto tempo. I soldati hanno impugnato i mitra, mettono il colpo in canna. Arriva la prima raffica. Rat-ta-ta-ta-ta. Un proiettile attraversa l’abitacolo. Un altro manda in frantumi il parabrezza. Schegge di vetro rimbalzano dappertutto, mi colpiscono le guance, mi fanno sanguinare la fronte. Il sangue cola giù dal sopracciglio e mi chiude l’occhio destro. Due proiettili entrano dal finestrino. All’improvviso la spalla destra mi fa male come se qualcuno ci avesse picchiato una martellata. Intorno a me c’è la confusione più totale. Urla. Spari. Pallottole che fischiano. Altre due martellate nel petto.
Accelero ancora. Ormai grido anch’io.
Allah akhbar!
***
L’anema ‘e chi t’è muorto, colonne’! D’accordo, ero preparato a finire in un posto di merda. Pure io lo capivo che l’indennità di missione mica te la danno perché gli stai simpatico. Ma chista nun è cosa! Tanto per cominciare, quando si aprono i portelloni dell’aereo ti arriva addosso un caldo d’a maronna, quaranta-cinquanta gradi, roba da stendere un elefante, e un odore di piscio fermentato che ti viene in mente subito il colera, lo scolo e la meningite. Poi, quando ti riprendi dalla botta, arriva il resto. Doccia solo ogni tre giorni, con l’acqua fredda, un minuto d’acqua e basta. Monti di sentinella sotto il sole e dopo una mezz’ora tieni le mutande che scoppiano di sudore e ti fanno bollire ‘e palle. Ma la lavanderia accetta solo al giovedì, e se stai di servizio ti tieni addosso la biancheria sporca fino al giovedì successivo. Qua siamo tutti fetenti come la discarica di Gragnano, ma dopo cinque giorni chi se ne accorge più?
Facciamo un gran consumo di acqua minerale, la usiamo pure per lavarci i denti, e però ci sta sempre qualcuno con il cagone. Dev’essere che basta far la doccia con l’acqua di qui per beccarsi la dissenteria fulminante, e quando l’hai presa mica sei vaccinato: del virus del cagone ce ne devono stare cinquecentomila tipi diversi. Esposito, poveraccio, che aveva già finito la campagna e stava per tornare a casa, è rimasto bloccato sul cesso il giorno prima di partire. Era la quarta volta in tre mesi ed è stata la più violenta: quando ha finito di rovesciarsi le budella non teneva più la forza di rialzarsi. Ci siamo dovuti mettere in due per sollevarlo dalla tazza. L’abbiamo portato via di peso ed è rimasto in infermeria per una settimana prima che lo spedissero a casa.
Vabbuo’, questo sarebbe niente. In fin dei conti, mica è il tifo o la peste. Il casino sono i servizi di pattuglia. Perché ci hai voglia a stare sul blindato: per controllare davvero devi sporgerti fuori, o magari scendere e andare a guarda’ dietro i cantoni. E ‘o vuoi sape’ come ti senti strunzo quando stai in mezzo a una strada vuota, e tieni addosso la mimetica che ti si vede pure a tre chilometri di distanza, e continui a girarti innanz’e arrète, e vorresti tenere dieci occhi per guardare in tutte le direzioni, in alto e in basso, e quando senti ‘a botta d’a fucilata arriva sempre dal posto dove non hai guardato?
Dice: ué, ma che cazzo vuoi? Ci hai messo ‘a firma, vuol dire che i soldi te stanno buono. Volontario uguale mercenario. Se non eri mercenario nell’anima stavi a Casavatore a fare lo sguattero in nero come Totonno l’amico tuo di scuola, o stavi disoccupato come Ciro, o facevi il caruso a don Rafe’, il guappo del quartiere. Insomma, qualunque cosa. Magari finivi pure a sparare, ma per i cazzi tuoi.
Strunzate. Allo sguattero tocca faticare. Al disoccupato tocca sopportare tutti i giorni pate e mate che scassano. ‘O surdato ‘e don Rafe’ prima o poi se fa ‘na villeggiatura a Poggioreale e per una parola sbagliata si ritrova pure un cucchiaio limato dint’a panza. Ma io nun so’ comm’a Totonno o Ciro. A me faticare nun me piace. E manco stare disoccupato. A me me piace fottere e sfottere. E a don Rafe’ non lo fotti, ma allo stato sì. Pure quando sto imboscato lo stato me fa mangiare, dormire, vestirmi e me dà pure un pacco di fillùs. E pure la pensione. Alla faccia di chi paga le tasse.
Dice: vabbuo’, ma tu rischi. E che cazzo, rischia pure chi si arruola int’a camorra. Io sto mille volte più al sicuro. L’unico rischio sono i figli ‘e ndrocchia che si fanno saltare insieme a un’automobile imbottita di esplosivo.
Comme a chella là, che non si ferma al posto di blocco! Ma ndo’ cazzo vai? Mo ti sparo una raffica e voglio vede’! Rat-ta-ta-ta. E mo che fai, strunzo? Nun te vuo’ fermà? Uè, ma che cazzo vuoi ‘a mme? Vatenne Salvatore, scappa ca chist’è scemo! Chisto vuò murì! Fèrmate strunzo! No! No! Giesù!
***
“Cosa? Due morti? Ma che cazzo facevano al posto di blocco, stavano a farsi le pippe? Chi è il capoposto? Chi è l’ufficiale di picchetto? A Gaeta li voglio! A Gaeta!”
“Signor generale...”
“Non rompa il cazzo anche lei, capitano! Quei cinque stronzi del posto di blocco li voglio sotto chiave! E voglio un rapporto scritto. Questa puttanata la pagheremo cara tutti quanti, e nessuno deve illudersi di passarla liscia! Chiaro? Se ne vada!”
“Signor gen...”
“Fuori!”
Oh Cristo, proprio a me doveva capitare un casino come questo? Dove ho sbagliato? Cosa ho fatto di male? Trent’anni di carriera, trent’anni a leccare culi di uomini politici. Trent’anni a dire di sì al diavolo e all’acqua santa, anche quando era materialmente impossibile metterli d’accordo, e lo sapevano bene anche loro, ma gli faceva comodo avere qualcuno su cui scaricare la colpa se le cose fossero andate a rovescio. Trent’anni di colpi di fortuna. E, porca troia, arrivo a mettermi la greca sul cappello, mi affidano l’incarico più prestigioso che c’è, e io mi faccio fottere così? Per la stronzaggine di un capoposto? Per la coglioneria di un ufficiale di picchetto? Cazzo, no!
“Capitano! Capitano!”
“Signor generale?”
“La stampa! Tenga alla larga i giornalisti! Sospenda tutti gli accrediti. Black out assoluto finché non ho deciso la linea da tenere, capito? Se filtra anche solo uno starnuto lei finisce a Perdasdefogu e resta là fino alla pensione. Chiaro?”
“Ma, signor generale... tra un paio d’ore la notizia la daranno gli attentatori.”
“E che non lo so? Ci vuole una contromossa, un comunicato. Intanto blocchi quel rapporto... me lo farà poi a voce. Ne scriva uno ufficiale. Parli di un attacco di forze preponderanti...”
“Forze preponderanti? Ma quali...?”
“Si svegli, capitano! Scriva che il posto di blocco è stato fatto segno a colpi di mitragliatrice e proiettili di mortaio. Nel frattempo, il kamikaze è sbucato da dietro un altro automezzo e si è precipitato a folle velocità sulle guardie che rispondevano al fuoco.”
“Ma così ci tiriamo addosso un’inchiesta! I carabinieri...”
“A quelli penso io. Lei esegua gli ordini.”
“Sissignore.”
Stronzo! Stronzo lui e stronzo io! Ci fanno più paura le commissioni d’inchiesta che il nemico.
“Centralino! Blocca ogni altra comunicazione. Voglio il presidente della commissione parlamentare difesa per primo; poi l’onorevole Lopez e l’onorevole Bovolon; poi Mancuso e Bonetti al ministero, e l’ammiraglio Caroleo. Ah, e Marinucci ai Servizi. Precedenza assoluta. Scattare!”
E quando avrò le idee più chiare, potrò telefonare a Selvaggia e chiederle di parlare a suo marito, che tenga l’Arma fuori da questa storia. Al massimo, che facciano un’inchiesta pro forma.
“Signor generale...”
“Che c’è, capitano? Che cazzo vuole?”
“Forse uno dei due soldati colpiti si salverà, generale. Lo stanno operando.”
“Ma non mi scocci adesso! Dobbiamo sfruttare i media prima degli attentatori. Convochi l’inviato della Rai... come si chiama? ah sì, Angeloni; lo convochi immediatamente.”
“Sissignore.”
Squilla il telefono. Quel cretino del centralinista avrà capito in che ordine deve passare le telefonate? Che Dio me la mandi buona.
“Presidente? Devo purtroppo informarla di un incidente. Sì, uno scontro a fuoco: un attentato suicida organizzato come un’azione di commando con fuoco d’appoggio. I ragazzi hanno reagito stupendamente, senza lasciarsi cogliere di sorpresa, ma il mezzo guidato dal suicida è riuscito a penetrare fin sotto al mio ufficio ed è esploso. Come? No, no, la ringrazio per la sollecitudine, signor presidente, io sono illeso. Purtroppo due dei miei ragazzi sono sul tavolo operatorio, ma i medici sono fiduciosi...”
***
Mi fanno ridere il Cantarelli e la Rebaudengo. Il giornalismo d’inchiesta è finito cent’anni fa, ma loro si ostinano a credere di poter ancora abbindolare gli ingenui. Vorrebbero tornare a casa come altrettanti Stanley, con il dottor Livingstone sotto il braccio, e diventare loro le star, e farsi intervistare come se avessero vinto la guerra. Arrivano in pompa magna e si piazzano a leggere le agenzie in una suite dello Sheraton. Pagano una guida per farsi portare da gente che si spaccia per “predoni del deserto” e mentre mangiano shish kebab sotto la tenda qualcuno sparacchia di qua e di là. Così poi si fanno inquadrare di fianco alla macchina con un buco di pallottola nel parafango e si rotolano nella falsa modestia: no, noi non siamo eroi, facciamo un mestiere duro (negli hotel a cinque stelle) e pericoloso (tant’è vero che gli altri, i free lance senza soldi e guardie del corpo, ci lasciano la pelle) perché ci anima il sacro fuoco di “trovare le notizie”, “testimoniare”, “informare il pubblico”. Non li sfiora neanche il dubbio che la gente non se la beva.
Bah. Forse in qualche isoletta sperduta c’è ancora qualcuno che non sa che gli scoop non si trovano: si fabbricano. Guardate un po’ questo, per esempio. Arriva il kamikaze. È da quando stiamo qui che ce lo aspettiamo: poteva capitare da un momento all’altro. E adesso che è capitato davvero, davanti allo sconquasso sarebbe logico domandarsi: che precauzioni aveva preso il generale Viscardi? Un posto di blocco a trenta metri dalla caserma. Una garitta di compensato con cinque poveri pirla armati alla leggera. Il suicida non gli fa neanche caso: passa in tromba ed è già sull’obbiettivo prima che le guardie abbiano il tempo di mettere il colpo in canna. Chiuso. È andata ancora di lusso che c’è un morto solo.
Be’, che cosa diranno Cantarelli e Rebaudengo nei loro servizi? Che Viscardi è un generale da corridoio di ministero e non ha mai gestito un’operazione sul campo? Criticheranno il suo posto di blocco colabrodo? Neanche per sogno. Daranno la versione ufficiale, esattamente come farò io. Però con il loro tono snob lasceranno cadere qualche aggettivo bifronte, piazzeranno un paio di avverbi dubitativi. Riferiranno che il sito internet di Al Sciarmuda dice che gli stranieri sono una manica di omosessuali e incita il popolo a vendicare le crociate. Si domanderanno pensosi: dove ha sbagliato l’Occidente? Hanno fatto così fin dal primo giorno. Difatti oggi Viscardi ha chiamato me.
La prima cosa che un corrispondente di guerra deve sapere è che le informazioni stanno al quartier generale, e il q.g. te le molla se il comandante ti ha preso in simpatia. E poi lo sanno tutti che Viscardi è l’amante di Selvaggia Gasperini Mazzanti. Non so se mi spiego: come dire Joséphine Beauharnais. Viscardi è un vincente, e un giornalista che conosce il mestiere sta dalla sua parte. Dunque, vediamo un po’. Come apriamo il servizio? Proviamo così:
“Alle 13.55 ora locale una esplosione ha parzialmente danneggiato un edificio della caserma... (no, “del compound italiano”, che suona più figo...). L’attacco suicida è stato appoggiato da fuoco di artiglieria... e razzi katjuscia... (ma sì, sparale grosse che poi c’è sempre modo di rettificare...). Il reparto di pronto intervento ha risposto al fuoco... (con grande successo, visto che il fuoco nemico non c’era...). Nonostante la vigorosa reazione delle nostre truppe, l’auto del kamikaze, sbucando dietro un altro automezzo, è riuscita a farsi strada verso il compound... (anche perché al posto di blocco se stavano a fa’ le pippe...). Sotto il fuoco incrociato dei nostri soldati, si è portata a ridosso della zona comando dove è esplosa causando lievi danni alle installazioni... (e facendo cagare sotto l’impavido generale Viscardi...). Due dei soldati che fino all’ultimo hanno cercato di fermare l’attentatore sono rimasti feriti... (nel fondo schiena, mentre scappavano...). Le loro condizioni sono definite serie... (eh, più serie di così...). Il comandante della missione, generale Viscardi, che ci ha rilasciato in esclusiva mondiale queste prime informazioni, ha convocato per le 18.00 una conferenza stampa.”
E per dire che uno dei feriti, il caporale Salvatore Cacace, ha smesso di soffrire già da un paio d’ore, be’, c’è tempo nel prossimo collegamento. Alla faccia del diritto all’informazione e del dovere di cronaca.