Merlin Cocai

Il blog di Riccardo Ferrazzi
venerdì, 03 luglio 2009

Quattro racconti "storici"

Luglio. Da oggi comincio a mettere online quattro racconti, piuttosto lunghi, ambientati in epoche che vanno dal 1815 alla fine del "secolo scorso". Il primo è relativamente breve e lo posto tutto insieme. I successivi sono più lunghi e li posterò a puntate. Ma senza riassunti fra una puntata e l'altra (abbiate pietà di me!). Buone ferie a tutti !

 

                                                                                 La gloria

Notte, vento nelle vele, odore di salmastro. L’ulcera scava le pareti dello stomaco. I ginocchi si flettono altalenando per ammortizzare il rollio, ma non sono più elastici come vent’anni fa. Troppe cose per la testa.
    Che succede se qualcosa va storta? Che succede se a terra c’è la polizia del ciccione di Parigi o un reggimento di fedelissimi alla corona, magari comandato da quella testa matta di Ney? Non ha molto senso domandarselo. Prima o poi bisognerà pure affrontarli, i reggimenti. Lui lo sa, ma non può fare a meno di pensarci.
    Bella guerra da operetta: il re di Portoferraio che va alla conquista della Francia praticamente da solo, di notte, a bordo di una goletta di contrabbandieri! Dieci a uno che lo chiudono in una gabbia e lo portano a Parigi come una bestia feroce. Siete già piccolo di statura, sire, volete farvi accorciare ancora un po’ dalla ghigliottina?
    Ma la gloria? Be’, ecco a cosa costringe la gloria: per intanto a un insopportabile mal di mare. Da quando è salito a bordo il rollio non gli ha dato tregua, gli ha fatto vomitare la cena, gli ha rovesciato le trippe e continua a tenergliele in tensione. Si vede che non c’è abituato: sarà la ventesima volta che si curva sulla murata. Per un pelo non ha perso il famoso cappello, quello che da solo, sul campo di battaglia, vale cinquantamila uomini. Poi, fra un conato e l’altro, ha imparato a tenerlo con la mano mentre piega la pancia sul parapetto. Poco fa un mozzo è andato sopravvento, si è sporto un po’ e l’ha guardato: sputava succhi gastrici e le onde gli rimandavano in risposta qualche spruzzo salmastro.
    La gloria? Negli ultimi mille anni nessuno l’ha impersonata meglio di lui. Eppure, se uno potesse domandarglielo (e se lui avesse voglia di rispondere sinceramente, cosa che non ha mai fatto neanche una volta in tutta la sua vita), si sentirebbe rispondere che la gloria è tutta apparenza e rimpianto. Tu rischi e sgobbi, smuovi acque stagnanti, ari terreni incolti, ma alla fine della fiera tutto va a beneficio di altri.
    Non c’è uomo al mondo che non ammiri l’imperatore. Anche i suoi nemici non possono fare a meno di invidiarlo. Ma cosa sono stati Austerlitz, Wagram, le incoronazioni? Nient’altro che mosse sulla scacchiera di un gioco politico. Azzardi disperati. Gli ussari e i fanti (quelli rimasti vivi, beninteso), loro sì che hanno visto la gloria e hanno sentito i berretti trasformarsi in corone d’alloro. Lui no. Lui stava già cento miglia più avanti: doveva pensare a scompigliare le colonne del nemico in ritirata, rastrellare gli sbandati, presidiare i territori, terrorizzare le popolazioni, razziare foraggio, quattrini, opere d’arte; doveva pensare a ricevere i plenipotenziari del nemico, a litigare con re e papi. Ma doveva anche stare in guardia da quella vipera di Talleyrand, da quel delinquente di Fouché, da quel vanesio imbecille di Murat. E c’erano da portare le corna. Grazie, Joséphine.
    La gloria? Lascia che ci ricamino sopra gli storici e i romanzieri, che la sognino i reduci rimasti vivi, che la rimpiangano gli imboscati che non si sono mossi da casa e hanno fatto i soldi con le commesse militari. Ma lui, l’imperatore, che ne sa della gloria? Quando mai ha potuto assaporarla?  
    Ecco, si è rialzato. Ormai lo stomaco è vuoto. I conati gli hanno fatto vomitare solo un liquido acido. L’ulcera ha ripreso a trapanargli le viscere. Vai a sapere cosa sta pensando adesso! Fino a un’ora fa bastava un quarto di giro alla ruota del timone per arrivare in vista di Bastia. Poteva sbarcare in Corsica e seppellirsi lì, pascolare capre, mangiare miele selvatico, vivere in pace fino alla vecchiaia, chissà. Invece lui, quel dannato giocatore d’azzardo, stava calcolando l’opportunità di sbarcare a Tolone e sollevare gli equipaggi della flotta del Mediterraneo. Il guaio è che Tolone l’ha presa a cannonate proprio lui. Sono passati più di vent’anni, ma ci dev’essere ancora tanta gente che se ne ricorda.
    Eh, altro che la gloria! L’ulcera sì che è una realtà! Per questa ultima impresa gli unici alleati sono i più scomodi: i giacobini, i montagnards. Ma sentitelo un po’. Cosa sta canticchiando?
 
                                                   ... vive le son, vive le son.
                                         Chantons la carmagnole
                                         au son du canon!  
 
    Si è mai sentito un imperatore che canticchia una canzone sovversiva? Si è mai visto un re che va da solo e disarmato incontro a un esercito che potrebbe stenderlo secco con una fucilata? Mah! Forse perfino lui comincia a capire che non c’è gloria più grande del martirio.
    Date fondo alle ancore! Ammainate la lancia!
    Ecco, è sbarcato. A riceverlo ci sono un centinaio di vecchi arruffapopolo armati alla bell’e meglio. Basta guardarli per far venire voglia di risalire in barca e tornare all’Elba. Ma la gloria? Eh già, la gloria. Non c’è scelta: forse una palla nel cervello è quanto di meglio si può sperare. Una palla nel cervello e finire in bellezza.
    Dove sono i soldati del ciccione di Parigi? Lassù. Schierati sulla collina.
    Va bene. Li ha visti. Li ha riconosciuti. Lui sa cosa fare. Stiano fermi i vecchi giacobini. Questa non è Marengo, non è il ponte di Arcole. Qui non si vince con i cannoni. Ci vuole l’arma segreta, e ce l’ha soltanto lui. Eccolo là che esce dal gruppo, da solo, nel suo pastrano grigio e con il suo famoso cappello, e si incammina verso i plotoni con i fucili puntati.
    Gli ufficiali gridano: “Fuoco!”, ma i fucili non sparano. Qualche soldato sviene per l’emozione. Lui si ferma, lancia un’occhiata alla bandiera, poi guarda tutti in faccia, uno per uno.
    “Soldati del Quinto reggimento di linea, volete uccidere il vostro imperatore?” 
    E sono tutti con lui. Ma sì, che si sta al mondo a fare se non ci si leva lo sfizio di far cazzate? Allez, si ricomincia. Se li lasciassero fare lo porterebbero a spalle fino a Parigi. Ma la gloria la vedono soltanto loro. Lui ha già mille cose a cui pensare. C’è da fidarsi dei vecchi marescialli? Con chi si schiererà Marmont? Cosa pensa di fare quel matto di Ney? E Murat, meglio richiamarlo o lasciarlo a Napoli? Bisogna formare un governo. Bisogna ordinare la leva. Ci vogliono cavalli, divise, fucili...
    È fatta. La palla di neve è diventata una valanga e può solo rotolare in un burrone. Francesi, preparatevi a crepare nel posto più schifoso del mondo, dalle parti di Charleroi.
    E lui? Lui avrà ancora sei anni di tempo per rimpiangere la gloria che ha ottenuto a spese vostre e che non è mai riuscito a godersi.
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martedì, 30 giugno 2009

Ma chi punisce i capi?

I capi di stato possono arrivare al potere in modo democratico oppure no. Tanto per fare un paio di esempi: Hitler ci arrivò con le elezioni; Juan Carlos, l'attuale re di Spagna, fu designato da Francisco Franco come suo successore “a titolo di re”. La legittimità dei capi non dipende dal modo con cui arrivano al potere: dipende dal consenso (o dal non-dissenso) del loro popolo e degli stati che li riconoscono mandando ambasciatori. Allo stesso modo, le costituzioni hanno un bell’esigere votazioni in Parlamento, ma per licenziare un capo può bastare uno scandalo, un litigio, una congiura di palazzo. Succede perfino che un capo venga tolto di mezzo per le spicce (è successo a Kennedy, Rabin, Palme, ecc. ecc.). Viceversa, può capitare che un capo rimanga al potere anche dopo una grave crisi, o addirittura una guerra perduta (è il caso di Nasser, di Assad, dell’imperatore Hirohito), se il suo popolo non gli si rivolta contro e lui riesce a non cadere in mano ai nemici. Ciò che legittima il potere è la persistenza del consenso.
    Secondo me questo significa che i capi di stato non sono legibus soluti, però sono soggetti a leggi diverse.
    Ora, la storia è piena di capi di stato che, per motivi più o meno nobili, per follia o per insipienza, vanno a cacciarsi in situazioni dalle quali non possono uscire se non con la morte. Provocano una guerra, la perdono, si lasciano catturare e vengono giustiziati. Ciò che mi atterrisce, in questi casi, non è tanto la loro fine, quanto l’incapacità dei vincitori di assumersi le loro responsabilità.   
    Che senso ha catturare il capo dei vinti e processarlo? In nome di quale legge si dovrebbe giudicare? Se per portare quell’uomo sul banco degli imputati l’unico modo era fare una guerra, una volta fatta, e vinta, il giudizio è già stato dato dalla Storia. In queste condizioni qualunque processo è una farsa il cui unico scopo è accoppare il prigioniero (o metterlo in galera e buttar via la chiave) proclamando di farlo a buon diritto.
    È questo il motivo per cui la legittimità dei tribunali internazionali sarà sempre contestata. Paradossalmente, per un simile tribunale l’unico modo di accreditarsi sarebbe una assoluzione. Ma qualcuno pensa che Milosevic (e Saddam Hussein, e Nicolae Ceausescu, ecc. ecc.) avessero la più lontana possibilità di essere assolti? Figuriamoci Karadzic.
    Comunque sia formata la giuria, non è possibile un giudizio equo per i capi di stato sconfitti. Se un capo trascina il suo popolo in un’avventura sbagliata, i vincitori disporranno di lui; è inevitabile. Ma lo faranno per diritto di conquista militare, non per una pretesa superiorità morale. La responsabilità di un’uccisione non si può nascondere dietro una sentenza, né si possono invocare altissimi principi per giustificare una condanna già scritta nei fatti.
    Chi vince una guerra pretende di essere migliore di chi l’ha persa. Qualche volta è vero. Qualche volta no. Ma non può stabilirlo un tribunale: è compito della Storia.  
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sabato, 27 giugno 2009

Ricordo di un torero mai visto

Ecco come funziona la memoria: agganciando gli appigli che presenta il caso. Pensavo al comportamento delle folle e ho ricordato Palomo Linares. Palomo mi ha ricordato Manuel Benitez el Cordobés: un torero per il quale mi sono sempre rifiutato di spendere i soldi del biglietto. Oggi, ripensandoci, mi viene il dubbio di aver commesso un errore. Per decenni ho considerato el Cordobés un fenomeno commerciale dei più volgari: quello che degrada un prodotto fino ai limiti del ridicolo per andare a ricuperare le fasce più basse di pubblico. Era così, ne resto convinto. Ma forse non era tutto lì. Oggi i fenomeni estetici sono stati rivisitati e la parola trash non è più sinonimo di schifezza. Anche al kitsch è stata riconosciuta una dignità estetica.    
    Negli anni ’60 e ’70 la percezione era diversa. Manolete era morto nel ’47 e gli artisti che vennero dopo di lui oscillarono tra l’utopia di replicare il suo stile e quella di inventarne uno nuovo. Erano sogni impossibili, perché nella storia pluricentenaria della tauromachia si sono visti soltanto due stili: il rondegno, classico, asciutto, essenziale; e il sivigliano, fiorito, allegro, spumeggiante. Joselito fu un sivigliano classico; Belmonte un sivigliano barocco; Manolete un rondegno tragico.
    L’ombra di Manolete fu gigantesca. A trent’anni di distanza, Santiago Martin El Viti costruì la sua carriera sulla somiglianza fisica con il Grande Defunto. Stelle di prima grandezza come Domingo Ortega, Antonio Ordoñez, Luis Miguel Dominguin, provarono a imporre stili diversi e personali, ma ci riuscirono solo a metà. Il mito ha una forza insuperabile. È sempre così, in tutti i campi: Eddie Merckx vinse più di chiunque altro nella storia del ciclismo, ma “il campionissimo” resta Fausto Coppi.
    Eppure Manolo Martinez Chopera, un personaggio storico nel mondo della tauromachia, un uomo che aveva avuto la fortuna di conoscere personalmente tutti i più grandi toreri del ventesimo secolo, non era affatto critico sullo stile del Cordobés. Me ne parlò lui stesso, al bar dell’hotel Canchiller Ayala, a Vitoria, il giorno prima dell’inizio della feria. Io arrivavo da Salamanca e, dopo cinque ore al volante, sentivo il bisogno di un tonico. Andai al bar, mi lasciai sprofondare in una poltrona e ordinai un cognac. Il cameriere che me lo portò mi chiese se ero venuto a Vitoria per i tori.
    Come dice Hemingway, in Francia è facile fare amicizia con i camerieri, basta dare buone mance, ma con quelli spagnoli la mancia non serve a niente. È proprio così. Può capitare che ti trattino come se loro fossero il duca d’Alba e tu un pezzente, oppure che decidano che gli stai simpatico e si mettano a scherzare con te come se fossi un compagno di banco delle elementari. Quella volta il cameriere mi prese in simpatia. Scambiammo qualche battuta e lui accennò al tizio seduto sulla poltrona accanto alla mia: un signore distinto, piccolo, anziano ma con i capelli ancora neri.
    “El señor Chopera” disse il cameriere presentandoci, el empresario”.     
    Non ho ancora finito di essergli grato. Quella conversazione mi aprì gli occhi sulla tauromachia da un punto di vista che ancora non conoscevo: il punto di vista di chi organizza la cosa in quanto spettacolo, perché lo è e perché vuole guadagnarci sopra, ma sa pure che non è tutto lì, come non è soltanto spettacolo l’Amleto, come non è semplicemente business pubblicare la Divina Commedia. Il punto di vista di un esperto come Chopera valeva la pena di essere ben meditato. Secondo lui, El Cordobés aveva rinnovato lo stile sivigliano e la gente correva a riempire le plazas perché, senza esserne ben consapevole, era stufa di sacerdoti che celebravano tragedie: voleva tornare a vedere l’esibizione di un coraggio arrogante, esuberante, dominatore.
    Mi chiese quali erano i miei toreri preferiti per quell’anno. Citai Paco Camino, El Viti e Diego Puerta. Lui scosse la testa: ottimi artisti i primi due, pieno di buona volontà il terzo, ma perché non riempivano le plazas? Per il prezzo del biglietto? El Cordobés le riempiva sempre e quando in cartellone c’era lui i biglietti costavano il doppio. E allora? Anche Camino e El Viti avrebbero saputo fare cose esaltanti come El Cordobés. Anzi, le avrebbero fatte meglio. Se non le facevano, la colpa era del purismo, la malattia che estremizza il senso delle cose e crea i Robespierre. 
    “Mi dica lei: a che serve la politica? A fare il bene dei cittadini o ad applicare le ricette di una ideologia? E a che servono i libri? A dirci cose a cui non avevamo pensato o a ripetere ciò che sappiamo a memoria e che ci piace tanto? La realtà è quella che è: si può interpretarla oppure rifiutarla. I puristi la rifiutano. E lei, cosa cerca nei tori? Uno spettacolo sempre nuovo e diverso o l’eterna ripetizione delle chicuelinas di Paco Camino e degli afarolados del Viti?”  
    Non ero convinto, e glielo dissi. El Cordobés non aveva reinterpretato lo stile sivigliano: l’aveva sputtanato!
    “Davvero?” ridacchiò. “E se anche fosse? La tauromachia esiste da secoli e può ben permettersi un periodo kitsch, un periodo biedermeier, un periodo trash. Quel che non può permettersi è di morire di inedia, e Manuel Benitez ha riportato la gente nelle plazas, ha rilanciato la fiesta nacional.”
    “Già” replicai, “ma cosa garantisce che un giorno la gente riportata nelle plazas dal Cordobés tornerà ad apprezzare i veri artisti? E soprattutto, ci sarà ancora uno stilista come Manolete?”
    Chopera mi lanciò un’occhiata in fondo alla quale c’era un’ombra di compatimento. Immagino che abbia pensato: se ti spiego come stanno le cose potrei perdere un cliente. Decise di rischiare: meglio un aficionado in meno che un purista in più.
    “Lei, come tutti, ha in mente il Manolete della leggenda, l’uomo che “faceva la statua”, l’uomo che stendeva un fazzoletto sull’arena, ci posava sopra i piedi e non li muoveva più, qualunque cosa facesse il toro. Ma quando Manolete cominciò la sua carriera nei paesini dell’Andalusia, la gente faceva trenta chilometri a cavallo per andarlo a vedere perché faceva cose da pazzi: toreava in ginocchio o sentado al estribo, inventava suertes e adornos alla maniera sivigliana.”
    Mi guardò ancora per un attimo, come se volesse controllare qualcosa, e l’occhio gli diventò vacuo: i suoi pensieri si erano fissati su un ricordo.
    “L’ultima volta che lo vidi fu nella primavera del ’47, nella finca di un amico, a Salamanca. Mentre parlavamo di contratti, un ragazzino si allenava a dare passi di cappa con una vacca selvaggia. Con la coda dell’occhio, Manolete vide che la vacca aveva una bella carica, franca, diretta; prese una cappa, entrò nel corral e fece segno al ragazzo di levarsi dai piedi. Ci fece gustare il più bel repertorio di stile sivigliano che io abbia mai visto. Lui, che nelle plazas esibiva soltanto veronicas e naturales, si scatenò in una serie di passi spettacolari: gaoneras, navarras e tafalleras. Eseguì la mariposa meglio di Marcial Lalanda, che l’ha inventata. Ci prendeva gusto, capisce? Ci si entusiasmava. Tornò da noi con gli occhi che luccicavano. Me cago en diez!” brontolò. “Non si può toreare soltanto come vuole il pubblico. La gente paga, evabbe’, ma qualche volta vorrei anche divertirmi!” 
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mercoledì, 24 giugno 2009

Riletture

Ci sono libri che rileggo con una certa frequenza. La Divina Commedia la rileggo quasi ogni anno, tutta quanta, dal mezzo del cammin di nostra vita fino all’amor che move il sole e l’altre stelle. E vi garantisco che, letta così, anche i dispregiatissimi ultimi canti del Purgatorio non sono poi da buttar via.
    Rileggo spesso anche Il Principe di Machiavelli. Lo trovo stupendo per forza e concisione. Inoltre, è un capolavoro di concretezza che insegna, se non altro, a guardare il mondo senza fette di salame sugli occhi. È una rilettura che consiglio come esercizio spirituale almeno una volta all’anno per chiunque si lasci sedurre dalle lusinghe del buonismo.
    La rilettura che ho appena terminato in questi giorni non è così alta. È una strana novella intitolata L’Uomo che fu Giovedì. Il suo autore, G.K.Chesterton, è afflitto dalla stessa condanna di Arthur Conan Doyle: tutti e due hanno avuto successo con le storie di un investigatore e ancora oggi sono noti solo per quelle. Conan Doyle ha scritto i gialli di Sherlock Holmes, Chesterton quelli di Padre Brown. Di questi ultimi, i pochi che ho letto sono bastati per farmene una pessima opinione. In sostanza, i gialli di Padre Brown sono brevi raccontini in forma di indovinello, ciascuno dei quali ha lo scopo di illustrare una tesi edificante (indovinelli a parte, mi sembra di leggere una agiografia medioevale sulla vita di un santo). Però Conan Doyle, oltre ai gialli, ha scritto solo romanzi storici e d’avventura; Chesterton ha fatto di meglio.
    Non voglio darmi le arie di chi pretende di aver scoperto un capolavoro misconosciuto: anche all’Uomo che fu Giovedì (UCFG) si può rimproverare il didascalismo, la polemichetta da quattro soldi, l’ironia troppo facile. Sarebbero accuse più che giustificate, eppure non coglierebbero nel segno. Tanto per cominciare, la tesi che il libro sostiene è sì edificante ma tutt’altro che banale. La enuncia il protagonista sin dal primo capitolo.
 
    Io vi dico che ogniqualvolta un treno arriva a destinazione io sento che si è aperta la strada sotto un fuoco di innumerevoli batterie e ha vinto un’altra battaglia contro il caos. Voi dite con disprezzo che, passata Sloane Square, si deve per forza arrivare a Victoria Station. Io dico invece che mille altre cose potrebbero accadere e che proprio per questo ogni volta che arrivo a Victoria ho la sensazione che sia accaduto un miracolo. E quando sento il capostazione gridare “Victoria!”, ascolto una parola che per me non è senza significato. È il grido di un araldo che annuncia una conquista. Per me significa proprio Vittoria, la vittoria di Adamo!                                      
 
    Sarà una fisima tutta mia, ma io adoro chi presenta il buon senso per ciò che veramente è! Come certi personaggi eccentrici di Dickens, Chesterton sa che l’unico modo per rendere interessante il solido, quotidiano, noioso buon senso, è metterne in risalto l’aspetto stravagante e svolge il suo compito con una coerenza inattaccabile. Tutto il racconto dell’UCFG si svolge in modo paradossale. Tutto ciò che viene presentato in un modo si rivela essere il contrario. E se è vero che i mezzi per produrre i ribaltamenti appartengono all’arsenale della letteratura di intrattenimento, è altrettanto vero che Chesterton li usa in modo coerente, cioè paradossale. Nell’UCFG niente viene omesso, niente viene nascosto al lettore: il trucco è esibito, e si dimostra tale nel preciso momento in cui viene messo in atto, tanto che il lettore non può fare a meno di pensare: “D’accordo: è un luogo comune; però si incastra perfettamente con la narrazione, l’atmosfera, il senso della storia. L’autore non avrebbe potuto trarsi d’impaccio in nessun altro modo.”
    Svelare il trucco, mostrarlo nella sua nuda meccanica, significa dargli senso. L’arte del paradosso consiste nel condurre a situazioni critiche, tirarsene fuori con espedienti tradizionali, e far sì che il lettore si domandi se quei trucchi, così noti da essere diventati luoghi comuni, non contengano per caso qualche verità trascurata perché troppo evidente. Come la vittoria di arrivare a Victoria.  
    Se non l’avete mai letto, se il grottesco e il paradossale non vi respingono, se non vi dispiace un racconto che faccia pensare, se non siete anarchici di stretta osservanza (o anche se lo siete), l’UCFG è una lettura che mi sento di raccomandarvi. Lo ripeto: non è un capolavoro. Mettendovi d’impegno potreste indicare almeno una ventina di difetti; ma quando avrete finito di elencare vi resterà dentro un senso di avventura e di libertà che raramente si trova in altri libri. Perché l’avventura di cui si tratta è la ricerca del senso della vita, e la libertà che trascorre da una pagina all’altra è la libertà contenuta nel mistero della nostra esistenza. Tanto per restare nel paradossale, ritrovo qui la libertà dell’innominato cowboy protagonista di Meridiano di sangue, un libro lontano mille miglia dall’UCFG.
    Non voglio anticipare troppo per non guastare il piacere della scoperta a chi ancora non lo conosce, ma la fuga di Domenica in mezzo a Londra a cavallo di un elefante, e poi in mongolfiera attraverso le campagne del Surrey, è una delle cose più misteriose e divertenti che io abbia mai letto.
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martedì, 23 giugno 2009

Elezioni! Referendum! Trullallà!

Anche questa volta non sarò certo io a commentare i risultati. Ma qualche piccola osservazione è necessaria. Il referendum fatto in questo modo è una bufala. Se è un referendum abrogativo deve abrogare la legge in toto, non ritagliarla per farne una diversa. Sì, lo so, la Corte Costituzionale non vuole che si crei un vuoto legislativo. Ma il risultato è questo: la gente non ne vuole più sapere dei referendum.

Quanto alle provinciali, colgo l'occasione per ripetere la mia opinione: bisogna abolire le province. Oggi come oggi servono solo a elargire stipendi a illustri sconosciuti che non fanno niente per cinque anni, salvo riversare al partito metà dei loro emolumenti.

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mercoledì, 17 giugno 2009

Missione ONU

Questo racconto è un esperimento. Non sono esperto nei dialetti e in genere cerco di evitarli, ma qui non potevo farne a meno.

 

Se lo sapesse Salvatore!
    Ma lo saprà. Quando torna glielo diranno. Tante sberle... un occhio nero... o anche tutti e due... Ma riuscirò a farmi perdonare. Io lo conosco. E isso me conosce a me. Si ‘o guardo dint’all’uocchie isso mi comprende senza bisogno di parlare. Cinque mesi senza fottere? E tu che hai fatto laggiù, Salvatore mio, ‘o santo? ‘O ricchione? Nun ce credo.
    Ma non è questo che conta. Lui a me mi può pure accidere: lo saccio che aggi’ a pagare e pagherò. Ma Salvatore a me nun m’accide. Salvatore me vuo’ bbene. Chilla ca me scassa l’anema è sua madre, la capintesta delle cinquecento comari che non tengono niente di meglio che farsi gli affari degli altri e poi se li raccontano per vedere chi li sapeva già. Tengono invidia delle giovani perché ai tempi loro fottere era molto più rischioso.
    Ma i’ ch’aggi a fa’? Già è un problema quando tuo marito sta ccà e la sera torna a casa e ti scruta come se sospettasse (e nun è overo: lui non sospetta, sei tu che tieni la coscienza sporca e ti pare che i suoi occhi siano come le dita del ginecologo, che ti entrano dentro e non gli puoi nascondere niente). Ma ‘o marito mio nun ce sta. Isso m’ha lasciata sola con i miei penzieri che nascono tra le gambe e salgono su e non mi danno pace, perché in casa non ci sta nisciuno che li fa tacere. Salvatore mio se n’è ghiuto a chillo sfaccimm’e posto dove la gente si accide e manco sape pecché.
    E i’ o saccio che ci stanno libri e libri con scritto che una femmena non deve tradire all’uomo suo manco se lui va in guerra e non si sa se torna fra un mese o fra vent’anni, o se non torna cchiù. Ma chi li scrive sti libri? Mica li scrivono ‘e femmene, e manco l’uommeni che so’ partuti: li scrivono l’uommeni che restano ccà, chelli ca me fanno squagliare di desiderio, e mi accarezzano, e mi sussurrano all’orecchio: ”Te voglio puttana e malafemmena”, e mi fanno bollire il sangue, pecché è accussì che si gode a letto, ‘o saccio io e lo sanno pur’issi, è overo, è proprio accussì, e poi scrivono che siamo sante, vergini e martiri, per fare fessi i mariti nostri.
    Stasera viene ‘o figlio ‘e don Rafe’, co ‘na Ferrari che non la teneva manco Maradona. Mi porta a una festa di amici suoi, al Vomero o a Posillipo. Vuole che mi metto le autoreggenti e che prima di entrare in casa degli amici suoi mi levo gli slip e faccio tutta la festa senza mutande, e isso lo sape e gli altri no. Isso tene sta fantasia. E già lo saccio che andrà a finire come le altre volte, che si rimane in cinque o sei e ci si ammucchia, poi si fiuta ‘a polverina bianca e si ricomincia. Ma pecché ci aggio a dì che nun me piace, che mi vergogno, che m’hanno costretta? Nun è overo. I’ tengo ventidue anni e me piace la Ferrari, me piaceno i vestiti che m’accatta isso, che basta cammina’ pe disegnare tutt’e curve, me piace andare alle feste e divertirmi. E pure fottere me piace. Me piace assai. Tengo ventidue anni e non voglio stare chiusa in casa a pregare ‘a Maronna che faccia tornare presto a Salvatore, che tanto lo so quando torna. E mai al mondo che tornasse prima, perché vorrebbe dire che è ferito o magari morto.
    Laggiù ammazzano ai cristiani e o marito mio tiene pure la divisa per farsi conoscere meglio. Scrive che sti figli ‘e ndrocchia montano su un’automobile piena di esplosivo e si buttano contro alle caserme, agli alberghi, agli obbiettivi loro, e fanno scoppiare tutta cosa, e ‘a sentinella salta per aria pure issa e quando arrivano gli altri a raccattarla sta schiantata in tanti pezzi che non li rimettono assieme manco ‘e prufessure d’o Cardarello.  
    E io che faccio senz’a isso? E poi pecché ha da murì? Maronna ‘e Pompei, si o fai turnà vivo te porto ‘a cullana che mamma mi regalò il giorno del matrimonio. Maronna, io tengo i difetti miei, ma a Salvatore l’aggio sempe voluto bene. Lo voglio bene pure quando sto a fottere c’o figlio ‘e don Rafe’. Maronna, nun me fa’ stu sfregio. Io tengo tante cose che nun m’hanno a fa’ durmì per tutto il resto della vita mia, ma nun me fa’ tene’ sulla coscienza pure la vita ’e Salvatore. Salvatore ha da turnà.
                                                             ***   
Solo Dio è grande e infinite sono le strade della sua gloria. Per il mio martirio mi è toccata in sorte un’auto General Motors. Un altro segno della sua grandezza: i cani infedeli vanno frustati con una cinghia ricavata dalla loro stessa pelle. Questi esseri immondi e senza legge che distruggono tutto ciò che incontrano, che bombardano e uccidono, che si ubriacano di liquidi fermentati e si ingozzano della carne di bestie impure, questi demoni sono venuti a contaminare con la loro presenza il suolo sacro della patria. Anche se le torri della sua superbia sono state abbattute, il grande Satana mette in campo tutta la potenza del male: aerei, elicotteri, missili che partono da dietro l’orizzonte.
    Ma la nostra fede è un’arma invincibile. Il profeta ha promesso un paradiso di verdi boschi e freschi ruscelli, e ogni ben di Dio, e cinquanta vergini profumate che attendono i martiri per consolarli del loro sacrificio. Mai più deserto: solo alberi pieni di frutti maturi, e acqua a volontà. Forse anche vino, chissà. Questo è il premio, la ricompensa, il paradiso. E il nostro dovere è lottare fino al martirio per ricacciare Satana nel fuoco eterno dove si consumerà nei secoli dei secoli. Questa è la via da imboccare, secondo la parola del profeta.
    Tutto avviene per la gloria di Allah. Samir ha rubato l’auto. Ibrahim ha lavorato una notte intiera per imbottirla con l’esplosivo che Giafar ha portato giù dal Caucaso. Feisal ha procurato gli inneschi. Jamil, Hassan e Mahmud hanno raccolto informazioni. Io guiderò l’auto e salirò in cielo. Il coro degli angeli mi guiderà al fresco ruscello, al bosco ombroso dove mi aspettano le cinquanta vergini. No, gli stranieri non possono fermarci perché Dio è con noi. Insegnerò ai cani infedeli che solo Dio è grande.
    Ecco: il momento è arrivato. Adesso tutto dipende da me. Non devo permettere che l’operazione fallisca per una stupidaggine come un semaforo giallo o una capra sbandata che attraversa la strada. Ibrahim solleva la saracinesca e la luce improvvisa mi fa sbattere le palpebre. Sono sudato. Da un mese non fumo neanche una boccata di hascish. Voglio essere lucido per fronteggiare qualunque imprevisto. Ma all’improvviso le palpebre si mettono a sbattere in modo incontrollato. Qualcosa mi ha scavato un buco sotto al cuore. Metto in moto. Svolto a sinistra nel viale: la caserma è là in fondo.
    Devo fare ancora un chilometro.
    Devo viaggiare tranquillo sulla destra.
    Devo fare attenzione alle buche. Sarebbe proprio da fessi saltare in aria a poca distanza dall’obbiettivo.
    Avanti così. Benissimo. Ho smesso di sudare. Adesso i battiti del cuore sono meno tumultuosi. Ho smesso anche di sbattere le palpebre. Il posto di blocco è vicino: forse duecento metri. Un bel respiro profondo.
    Oltre la sbarra c’è ancora un tratto da percorrere prima di arrivare ai fabbricati e Mahmud non è riuscito a sapere con sicurezza dov’è il deposito delle munizioni. Ma dove ci sono sentinelle di guardia c’è sicuramente qualcosa di importante. Punterò addosso alle guardie. Bruceranno con me.
    Un’auto con una bandierina sul parafango è ferma al posto di blocco. Un soldato alza la sbarra per farla passare.
    Accelero. Sono a cinquanta metri dall’auto che si riavvia. Una guardia grida qualcosa. Un’altra agita le braccia. L’auto passa lentamente sotto la sbarra e svolta a destra. La sbarra sta per tornare a scendere.
    Accelero ancora. Due soldati mi guardano paralizzati dallo stupore.
    Sono passato. Il soldato che manovrava la sbarra non l’ha abbassata. Ha capito che non mi sarei fermato ed è rimasto lì, bloccato come una statua. Sento gridare alle mie spalle. Fra un secondo o due cominceranno a sparare.
    Non resta molto tempo. I soldati hanno impugnato i mitra, mettono il colpo in canna. Arriva la prima raffica. Rat-ta-ta-ta-ta. Un proiettile attraversa l’abitacolo. Un altro manda in frantumi il parabrezza. Schegge di vetro rimbalzano dappertutto, mi colpiscono le guance, mi fanno sanguinare la fronte. Il sangue cola giù dal sopracciglio e mi chiude l’occhio destro. Due proiettili entrano dal finestrino. All’improvviso la spalla destra mi fa male come se qualcuno ci avesse picchiato una martellata. Intorno a me c’è la confusione più totale. Urla. Spari. Pallottole che fischiano. Altre due martellate nel petto.
    Accelero ancora. Ormai grido anch’io.
    Allah akhbar!
                                                           ***    
L’anema ‘e chi t’è muorto, colonne’! D’accordo, ero preparato a finire in un posto di merda. Pure io lo capivo che l’indennità di missione mica te la danno perché gli stai simpatico. Ma chista nun è cosa! Tanto per cominciare, quando si aprono i portelloni dell’aereo ti arriva addosso un caldo d’a maronna, quaranta-cinquanta gradi, roba da stendere un elefante, e un odore di piscio fermentato che ti viene in mente subito il colera, lo scolo e la meningite. Poi, quando ti riprendi dalla botta, arriva il resto. Doccia solo ogni tre giorni, con l’acqua fredda, un minuto d’acqua e basta. Monti di sentinella sotto il sole e dopo una mezz’ora tieni le mutande che scoppiano di sudore e ti fanno bollire ‘e palle. Ma la lavanderia accetta solo al giovedì, e se stai di servizio ti tieni addosso la biancheria sporca fino al giovedì successivo. Qua siamo tutti fetenti come la discarica di Gragnano, ma dopo cinque giorni chi se ne accorge più?
    Facciamo un gran consumo di acqua minerale, la usiamo pure per lavarci i denti, e però ci sta sempre qualcuno con il cagone. Dev’essere che basta far la doccia con l’acqua di qui per beccarsi la dissenteria fulminante, e quando l’hai presa mica sei vaccinato: del virus del cagone ce ne devono stare cinquecentomila tipi diversi. Esposito, poveraccio, che aveva già finito la campagna e stava per tornare a casa, è rimasto bloccato sul cesso il giorno prima di partire. Era la quarta volta in tre mesi ed è stata la più violenta: quando ha finito di rovesciarsi le budella non teneva più la forza di rialzarsi. Ci siamo dovuti mettere in due per sollevarlo dalla tazza. L’abbiamo portato via di peso ed è rimasto in infermeria per una settimana prima che lo spedissero a casa. 
    Vabbuo’, questo sarebbe niente. In fin dei conti, mica è il tifo o la peste. Il casino sono i servizi di pattuglia. Perché ci hai voglia a stare sul blindato: per controllare davvero devi sporgerti fuori, o magari scendere e andare a guarda’ dietro i cantoni. E ‘o vuoi sape’ come ti senti strunzo quando stai in mezzo a una strada vuota, e tieni addosso la mimetica che ti si vede pure a tre chilometri di distanza, e continui a girarti innanz’e arrète, e vorresti tenere dieci occhi per guardare in tutte le direzioni, in alto e in basso, e quando senti ‘a botta d’a fucilata arriva sempre dal posto dove non hai guardato?
    Dice: ué, ma che cazzo vuoi? Ci hai messo ‘a firma, vuol dire che i soldi te stanno buono. Volontario uguale mercenario. Se non eri mercenario nell’anima stavi a Casavatore a fare lo sguattero in nero come Totonno l’amico tuo di scuola, o stavi disoccupato come Ciro, o facevi il caruso a don Rafe’, il guappo del quartiere. Insomma, qualunque cosa. Magari finivi pure a sparare, ma per i cazzi tuoi.
    Strunzate. Allo sguattero tocca faticare. Al disoccupato tocca sopportare tutti i giorni pate e mate che scassano. ‘O surdato ‘e don Rafe’ prima o poi se fa ‘na villeggiatura a Poggioreale e per una parola sbagliata si ritrova pure un cucchiaio limato dint’a panza. Ma io nun so’ comm’a Totonno o Ciro. A me faticare nun me piace. E manco stare disoccupato. A me me piace fottere e sfottere. E a don Rafe’ non lo fotti, ma allo stato sì. Pure quando sto imboscato lo stato me fa mangiare, dormire, vestirmi e me dà pure un pacco di fillùs. E pure la pensione. Alla faccia di chi paga le tasse.
    Dice: vabbuo’, ma tu rischi. E che cazzo, rischia pure chi si arruola int’a camorra. Io sto mille volte più al sicuro. L’unico rischio sono i figli ‘e ndrocchia che si fanno saltare insieme a un’automobile imbottita di esplosivo.
    Comme a chella là, che non si ferma al posto di blocco! Ma ndo’ cazzo vai? Mo ti sparo una raffica e voglio vede’! Rat-ta-ta-ta. E mo che fai, strunzo? Nun te vuo’ fermà? Uè, ma che cazzo vuoi ‘a mme? Vatenne Salvatore, scappa ca chist’è scemo! Chisto vuò murì! Fèrmate strunzo! No! No! Giesù!
                                                           *** 
“Cosa? Due morti? Ma che cazzo facevano al posto di blocco, stavano a farsi le pippe? Chi è il capoposto? Chi è l’ufficiale di picchetto? A Gaeta li voglio! A Gaeta!”
    “Signor generale...”
    “Non rompa il cazzo anche lei, capitano! Quei cinque stronzi del posto di blocco li voglio sotto chiave! E voglio un rapporto scritto. Questa puttanata la pagheremo cara tutti quanti, e nessuno deve illudersi di passarla liscia! Chiaro? Se ne vada!”
    “Signor gen...”
    “Fuori!”
    Oh Cristo, proprio a me doveva capitare un casino come questo? Dove ho sbagliato? Cosa ho fatto di male? Trent’anni di carriera, trent’anni a leccare culi di uomini politici. Trent’anni a dire di sì al diavolo e all’acqua santa, anche quando era materialmente impossibile metterli d’accordo, e lo sapevano bene anche loro, ma gli faceva comodo avere qualcuno su cui scaricare la colpa se le cose fossero andate a rovescio. Trent’anni di colpi di fortuna. E, porca troia, arrivo a mettermi la greca sul cappello, mi affidano l’incarico più prestigioso che c’è, e io mi faccio fottere così? Per la stronzaggine di un capoposto? Per la coglioneria di un ufficiale di picchetto? Cazzo, no!
    “Capitano! Capitano!”
    “Signor generale?”
    “La stampa! Tenga alla larga i giornalisti! Sospenda tutti gli accrediti. Black out assoluto finché non ho deciso la linea da tenere, capito? Se filtra anche solo uno starnuto lei finisce a Perdasdefogu e resta là fino alla pensione. Chiaro?”
    “Ma, signor generale... tra un paio d’ore la notizia la daranno gli attentatori.”
    “E che non lo so? Ci vuole una contromossa, un comunicato. Intanto blocchi quel rapporto... me lo farà poi a voce. Ne scriva uno ufficiale. Parli di un attacco di forze preponderanti...”
    “Forze preponderanti? Ma quali...?”
    “Si svegli, capitano! Scriva che il posto di blocco è stato fatto segno a colpi di mitragliatrice e proiettili di mortaio. Nel frattempo, il kamikaze è sbucato da dietro un altro automezzo e si è precipitato a folle velocità sulle guardie che rispondevano al fuoco.”
    “Ma così ci tiriamo addosso un’inchiesta! I carabinieri...”
    “A quelli penso io. Lei esegua gli ordini.”
    “Sissignore.”
    Stronzo! Stronzo lui e stronzo io! Ci fanno più paura le commissioni d’inchiesta che il nemico. 
    “Centralino! Blocca ogni altra comunicazione. Voglio il presidente della commissione parlamentare difesa per primo; poi l’onorevole Lopez e l’onorevole Bovolon; poi Mancuso e Bonetti al ministero, e l’ammiraglio Caroleo. Ah, e Marinucci ai Servizi. Precedenza assoluta. Scattare!”
    E quando avrò le idee più chiare, potrò telefonare a Selvaggia e chiederle di parlare a suo marito, che tenga l’Arma fuori da questa storia. Al massimo, che facciano un’inchiesta pro forma.
    “Signor generale...”
    “Che c’è, capitano? Che cazzo vuole?”
    “Forse uno dei due soldati colpiti si salverà, generale. Lo stanno operando.”
    “Ma non mi scocci adesso! Dobbiamo sfruttare i media prima degli attentatori. Convochi l’inviato della Rai... come si chiama? ah sì, Angeloni; lo convochi immediatamente.”
    “Sissignore.”
    Squilla il telefono. Quel cretino del centralinista avrà capito in che ordine deve passare le telefonate? Che Dio me la mandi buona.
    “Presidente? Devo purtroppo informarla di un incidente. Sì, uno scontro a fuoco: un attentato suicida organizzato come un’azione di commando con fuoco d’appoggio. I ragazzi hanno reagito stupendamente, senza lasciarsi cogliere di sorpresa, ma il mezzo guidato dal suicida è riuscito a penetrare fin sotto al mio ufficio ed è esploso. Come? No, no, la ringrazio per la sollecitudine, signor presidente, io sono illeso. Purtroppo due dei miei ragazzi sono sul tavolo operatorio, ma i medici sono fiduciosi...”  
                                                            ***
Mi fanno ridere il Cantarelli e la Rebaudengo. Il giornalismo d’inchiesta è finito cent’anni fa, ma loro si ostinano a credere di poter ancora abbindolare gli ingenui. Vorrebbero tornare a casa come altrettanti Stanley, con il dottor Livingstone sotto il braccio, e diventare loro le star, e farsi intervistare come se avessero vinto la guerra. Arrivano in pompa magna e si piazzano a leggere le agenzie in una suite dello Sheraton. Pagano una guida per farsi portare da gente che si spaccia per “predoni del deserto” e mentre mangiano shish kebab sotto la tenda qualcuno sparacchia di qua e di là. Così poi si fanno inquadrare di fianco alla macchina con un buco di pallottola nel parafango e si rotolano nella falsa modestia: no, noi non siamo eroi, facciamo un mestiere duro (negli hotel a cinque stelle) e pericoloso (tant’è vero che gli altri, i free lance senza soldi e guardie del corpo, ci lasciano la pelle) perché ci anima il sacro fuoco di “trovare le notizie”, “testimoniare”, “informare il pubblico”. Non li sfiora neanche il dubbio che la gente non se la beva. 
    Bah. Forse in qualche isoletta sperduta c’è ancora qualcuno che non sa che gli scoop non si trovano: si fabbricano. Guardate un po’ questo, per esempio. Arriva il kamikaze. È da quando stiamo qui che ce lo aspettiamo: poteva capitare da un momento all’altro. E adesso che è capitato davvero, davanti allo sconquasso sarebbe logico domandarsi: che precauzioni aveva preso il generale Viscardi? Un posto di blocco a trenta metri dalla caserma. Una garitta di compensato con cinque poveri pirla armati alla leggera. Il suicida non gli fa neanche caso: passa in tromba ed è già sull’obbiettivo prima che le guardie abbiano il tempo di mettere il colpo in canna. Chiuso. È andata ancora di lusso che c’è un morto solo.
    Be’, che cosa diranno Cantarelli e Rebaudengo nei loro servizi? Che Viscardi è un generale da corridoio di ministero e non ha mai gestito un’operazione sul campo? Criticheranno il suo posto di blocco colabrodo? Neanche per sogno. Daranno la versione ufficiale, esattamente come farò io. Però con il loro tono snob lasceranno cadere qualche aggettivo bifronte, piazzeranno un paio di avverbi dubitativi. Riferiranno che il sito internet di Al Sciarmuda dice che gli stranieri sono una manica di omosessuali e incita il popolo a vendicare le crociate. Si domanderanno pensosi: dove ha sbagliato l’Occidente? Hanno fatto così fin dal primo giorno. Difatti oggi Viscardi ha chiamato me.
    La prima cosa che un corrispondente di guerra deve sapere è che le informazioni stanno al quartier generale, e il q.g. te le molla se il comandante ti ha preso in simpatia. E poi lo sanno tutti che Viscardi è l’amante di Selvaggia Gasperini Mazzanti. Non so se mi spiego: come dire Joséphine Beauharnais. Viscardi è un vincente, e un giornalista che conosce il mestiere sta dalla sua parte. Dunque, vediamo un po’. Come apriamo il servizio? Proviamo così:
    “Alle 13.55 ora locale una esplosione ha parzialmente danneggiato un edificio della caserma... (no, “del compound italiano”, che suona più figo...). L’attacco suicida è stato appoggiato da fuoco di artiglieria... e razzi katjuscia... (ma sì, sparale grosse che poi c’è sempre modo di rettificare...). Il reparto di pronto intervento ha risposto al fuoco... (con grande successo, visto che il fuoco nemico non c’era...). Nonostante la vigorosa reazione delle nostre truppe, l’auto del kamikaze, sbucando dietro un altro automezzo, è riuscita a farsi strada verso il compound... (anche perché al posto di blocco se stavano a fa’ le pippe...). Sotto il fuoco incrociato dei nostri soldati, si è portata a ridosso della zona comando dove è esplosa causando lievi danni alle installazioni... (e facendo cagare sotto l’impavido generale Viscardi...). Due dei soldati che fino all’ultimo hanno cercato di fermare l’attentatore sono rimasti feriti... (nel fondo schiena, mentre scappavano...). Le loro condizioni sono definite serie... (eh, più serie di così...). Il comandante della missione, generale Viscardi, che ci ha rilasciato in esclusiva mondiale queste prime informazioni, ha convocato per le 18.00 una conferenza stampa.”
    E per dire che uno dei feriti, il caporale Salvatore Cacace, ha smesso di soffrire già da un paio d’ore, be’, c’è tempo nel prossimo collegamento. Alla faccia del diritto all’informazione e del dovere di cronaca.
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sabato, 13 giugno 2009

Una legge storica?

Negli anni 70 del secolo scorso la politica interna dell’URSS era, per dirla con una frase di Churchill, “un mistero avvolto in un enigma”, tanto che si era sviluppata una scienza apposita, la cremlinologia, secondo la quale da insignificanti variazioni di cerimoniale si sarebbero potuti dedurre gli alti e bassi di Tizio e Caio nell’organigramma della nomenklatura. Visto dal di fuori, il blocco sovietico appariva come una fortezza inespugnabile dai muri perfettamente compatti, senza feritoie, senza incrinature. Ma proprio in quegli anni Roy Medvedev (uno storico che, pur manifestando opinioni critiche, riusciva a rimanere in contatto con le alte sfere del regime) fece pubblicare in Occidente un saggio che fece scalpore. Era intitolato, nientemeno, qualcosa come: “Riuscirà l’Unione Sovietica a sopravvivere al 1984?”               
    La tesi di Medvedev (che è soltanto omonimo dell’attuale presidente) era che l’URSS aveva ereditato l’impero multinazionale zarista e, al di là di tutte le chiacchiere sull’internazionalismo, lo teneva insieme imponendo una egemonia russa. Fino a quando, si domandava l’autore, le varie nazionalità dell’impero (estoni, lettoni, lituani, ucraini, ceceni, osseti, abkhazi, georgiani, armeni, azeri, turcomanni, usbechi, kirghisi, kazaki, calmucchi, tatari, ecc. ecc.) fino a quando saranno disposte a tollerare questo stato di cose?
    Non era chiarissimo come mai Medvedev avesse individuato nel 1984 il momento del redde rationem. All’epoca, i più pensarono al romanzo di Orwell. Oggi, a Unione Sovietica implosa, e pur tenendo conto del fatto che Medvedev parve sbagliare di sette anni i tempi della sua profezia, mi viene il dubbio che il calcolo nascondesse una precisa legge storica. È un dubbio che nasce dall’osservazione di un precedente: l’Impero Austroungarico.
    L’Unione Sovietica, secondo la tesi di Medvedev, rappresenta l’epilogo autoritario dell’impero zarista. Un epilogo la cui data di inizio può essere fissata fra il 1917 (rivoluzione di ottobre) e il 1923 (proclamazione dell’URSS), e la cui dissoluzione si consumò fra il 1989 (crollo del muro di Berlino) e il 1991 (nascita della CSI - Comunità di Stati Indipendenti).
    L’Impero Austroungarico si era venuto aggregando nei secoli come patrimonio della casa di Asburgo e nel 1848 era stato scosso alle fondamenta. Per tenere insieme un coacervo di nazionalità (austriaci, magiari, italiani, croati, sloveni, boemi, moravi, slovacchi, ebrei, ruteni, galiziani, rumeni, ecc. ecc.) c’era voluta una soluzione di forza: l’allora diciottenne Francesco Giuseppe aveva preso il potere con un colpo di stato e aveva reintrodotto l’assolutismo (temperato finché si vuole dal buon senso, ma pur sempre assolutismo). L’imperatore era morto a ottantasei anni, nel 1916. Il suo impero gli sarebbe sopravvissuto solo un paio di anni.
    Viste in parallelo, le agonie degli imperi austriaco e russo sembrano indicare che le nazionalità sopravvivono a ogni plurisecolare esperienza unificatrice, e il tentativo autoritario di tenerle insieme una volta che l’impero abbia perso la sua ragion d’essere può durare al massimo una settantina d’anni.
    Più che al libro di Orwell, la profezia di Medvedev nasce dal fatto che la morte di Francesco Giuseppe, a 68 anni dalla sua presa del potere, segnò per Vienna il principio della fine. Se la rivoluzione russa va reinterpretata come tentativo autoritario di tenere insieme l’impero zarista, si può tentare un calcolo analogo. 1917 più 68 fa 1985. E, guarda caso, nel 1982 muore Breznev, nel 1984 muore Andropov, nel 1985 Cernenko. Arriva Gorbaciov, con il risultato che tutti conosciamo.
    Ovviamente Medvedev l’ha “sparata”. Però ci ha azzeccato, e forse la cosa non è soltanto una coincidenza.
    Gli imperi sono costruzioni secolari. Sono l’ipostasi di una visione del mondo e per questo ingoiano, digeriscono, sormontano le difficoltà contingenti; ma subiscono l’attacco della Storia. Nel 1848 il sistema feudale andò in crisi e l’impero asburgico si scoprì improvvisamente inadatto ai tempi. Da un lato cercò di adeguarsi alle nuove esigenze, dall’altro si fece sempre più autoritario (altrimenti non avrebbe avuto alcuna speranza di governare il cambiamento). Ma era troppo tardi. Il risultato fu che, mostrando di voler cambiare pelle, l’impero perdette la sua legittimazione storica e apparve come un ferrovecchio; in più, mostrandosi autoritario esibì anche la sua paura.
    In Russia l’abolizione dalla servitù della gleba mandò in crisi l’impero degli zar. È vero che fu la guerra a catalizzare tutte le tensioni fino a far scoppiare un incendio. Ma l’incendio ci sarebbe stato comunque, prima o poi. Gli zar non avevano più il polso per fronteggiare la situazione. Lenin, Trotzky e Stalin, nuovi inquilini del Cremlino, tennero insieme l’impero con la forza (e durante l’aggressione nazista molte nazionalità si schierarono con la Germania). Quando la guerra finì i problemi tornarono a galla. Le nazionalità facevano sentire le loro voci. L’uso della forza poteva tenerne basso il volume, ma non riusciva a farle tacere. Trascorso il tempo “giusto”, l’impero russo doveva frantumarsi.
    Ma come mai il tempo “giusto” dura circa settant’anni? Probabilmente entra in gioco il ben noto meccanismo generazionale per cui i figli, ribellandosi ai padri, finiscono per ricuperare qualcosa dei nonni. Nel caso degli imperi, quando i nonni hanno tentato una rivoluzione e, anche se sconfitti, hanno messo in circolo idee nuove, i padri le ingoiano con scarsa convinzione, mentre i nipoti urlano che i padri hanno tradito gli ideali rivoluzionari, si ribellano per la disillusione, e per mancanza di alternative ripescano lo status quo ante.       
    Ho vissuto il 1968. Non ho molte speranze di campare fino a novant’anni (e anche se ci arrivassi sarei troppo rimbambito per mettermi a ragionare sugli avvenimenti) ma mi viene da pensare che, se la profezia di Medvedev contiene una legge sociostorica, nel 2038 ci sarà da ridere.
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mercoledì, 10 giugno 2009

Anche questa è Storia

Il 22 maggio 1972 la plaza di Madrid concesse in premio a un matador le due orecchie e la coda del toro. In qualunque altra plaza non sarebbe stato niente di speciale, ma a Madrid la coda non si dà mai. Credo che negli ultimi cent’anni quello sia stato l’unico caso. Per una combinazione più unica che rara, io ero là, ho visto tutto, e mentre ci ripenso mi stupisco per la facilità con cui tornano a riaffiorare i ricordi: colori, sensazioni e particolari esplodono nella memoria come se fossero accaduti mezz’ora fa. Superare un’amnesia lascia magari delle zone d’ombra, ma certi fatti vengono restituiti per intero, con i colori vividi e una fotografia piena di contrasto.
    Nella seconda metà di maggio a Madrid c’è corrida tutti i giorni. È la feria de san Isidro, il patrono della città. Dal punto di vista metereologico il periodo non è dei migliori: di solito in maggio piove che Dio la manda e capita spesso che le corride si svolgano sotto una cappa di nuvole grigie, con tori e toreri che inciampano sulla sabbia umida e con gli spettatori che guardano più in cielo che nell’arena perché lo scroscio può arrivare da un momento all’altro. Quel giorno comperai il biglietto da un bagarino perché sulla taquilla era esposto il cartello no hay billetes.
    I miei amici di Salamanca mi avevano avvisato: i tori erano di Atanasio Fernandez e Palomo Linares era andato a visionarli con la dichiarata intenzione di far saltare il banco a Madrid. Uno, di nome Cigarron, del peso di 566 chili, di pelo nero salvo una macchia grigia intorno ai genitali, marchiato con il numero 21, aveva tutte le premesse per fornire uno spettacolo di altissimo livello. Era scontato che nel sorteggio Palomo avrebbe ottenuto quel toro: gli altri due matadores, fra i quali c’era il mio prediletto Andrés Vázquez, non avevano interesse a tagliargli la strada.
    Quell’anno, Palomo era un nome importante. Insieme con El Cordobés aveva sfidato gli impresari di tutta la Spagna organizzando direttamente gli spettacoli, nei quali Manuel Benítez si esibiva in volgarità come il “salto della rana”, mentre lui toreava con tecnica classica. Quando si seppe che Palomo sarebbe venuto a Madrid per le corride di san Isidro, tutto il mondo taurino drizzò le orecchie. Ma non bastava: dopo essersi assicurato un toro speciale, Palomo fece circolare la voce che sarebbe sceso nell’arena con la ferma intenzione di ottenere un trofeo straordinario. Qualche giorno prima della corrida, un giornalista insinuò che il presidente (un tale José Antonio Pangua) fosse già “preparato” a concederlo.
   La cosa fece rumore perché era un po’ come strappare il velo del tempio. Madrid non è una plaza come tutte le altre. In tutte le arene d’Europa e d’America, per poco che il matador faccia un buon lavoro, la banda lo accompagna con un paso doble. A Madrid mai. Il pubblico delle altre plazas va a los toros per divertirsi, quello di Madrid ci va per giudicare. En Sevilla se disfruta, en Madrid se examina.
    Ci sono altre consuetudini a differenziare la plaza di Madrid da tutte le altre e a renderla la catedral del toreo, ma è inutile stare a enumerarle. La sostanza è che, se a Madrid si va per essere esaminati, è logico che il massimo trofeo non venga mai assegnato: dovrebbe rappresentare la perfezione assoluta che, per definizione, è inarrivabile. La coda del toro, a Madrid, non è stata concessa né a Belmonte né a Manolete e tantomeno a Domingo Ortega, Antonio Bienvenida, Paco Camino. La ottenne Palomo Linares, non perché la meritasse, ma perché aveva creato l’aspettativa del sacrilegio e della trasgressione.
    Posso testimoniare: fu una faena ben eseguita, classica, geometrica, ma senza un filo di emozione. Con un toro come quello, Manolete avrebbe imposto il sigillo tragico della sua arte. Palomo fece tutto il suo dovere e niente di più. Non poteva dare ciò che non aveva.
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martedì, 09 giugno 2009

The day after

Spero che nessuno si aspetti da me un commento sui risultati delle elezioni. Tutt'al più, vi segnalo un post di Helena Janeczek su Nazione Indiana oggi. Secondo me, pur essendo chiaramente uno sfogo e non potendo essere troppo consequenziale, mette però il dito sulle vere cause della attuale situazione politica europea. Vi consiglio di leggere quel post, ma di leggerlo trasversalmente: la Janeczek mostra e dimostra che la attuale Stimmung europea è la paura. Ahimé, l'aveva già detto Tremonti. Il guaio è che nessuno sa come tirarcene fuori.
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giovedì, 04 giugno 2009

Ataturk e Khomeini

Da almeno trent’anni i fenomeni migratori hanno cambiato natura e ci pongono di fronte a problemi che non sappiamo come risolvere. I clandestini che approdano a Lampedusa non hanno soltanto rischiato la pelle per venire in Europa: hanno anche speso tre, quattro, cinquemila dollari a testa. Con gli stessi soldi sarebbero dei signori a casa loro, ma non è questo che vogliono. A loro non interessa emergere in una società arcaica, sempre a rischio di carestia, in un territorio semidesertico. Non provano neanche a usare quei tre o quattromila dollari per investire in una qualunque attività sul posto. Non sperano di contribuire a migliorare le condizioni di vita nel loro paese: sanno che non basterebbe una vita per vedere qualche miglioramento apprezzabile. Nessuno di loro pensa a rifare il cammino che l’Europa ha percorso dal Medio Evo ai giorni nostri. Potrebbero farlo in tre o quattro generazioni, o anche meno, ma chi emigra dall’Africa o dall’Asia non se la sente di sacrificare la sua vita: vuole vivere in un posto civile, sa che ne esiste uno, e decide di andarci.
    Purtroppo l’Europa non si sviluppa più ai ritmi di cinquant’anni fa. Per quanto assurdo possa sembrare, un emigrante dei paesi arabi avrebbe più possibilità di far fortuna in India o in Cina. Ma, daccapo, non è questo ciò che vuole. In India e in Cina, ammesso e non concesso che lo lascino entrare, troverebbe culture e modelli di sviluppo sociale che non lo attirano.
    E allora cosa vuole? Fino a vent’anni fa gli emigranti si accontentavano di un posto di lavoro e di un’atmosfera di libertà, con il lontano obbiettivo di ottenere la cittadinanza e il ricongiungimento con la famiglia. Ma oggi i loro figli vogliono di più. Vogliono qualche lusso, un po’ di successo, e una identità culturale. E siccome, a torto o a ragione, si sentono esclusi dalla nostra, si rivolgono a quella che non hanno mai conosciuto e che favoleggiano nei racconti dei padri e dei nonni. Reclamano il velo, le scuole coraniche e un modo di trattare le donne che a noi risulta inaccettabile.
    Come sempre, i mali vengono da lontano e la strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Quando i fenomeni migratori cominciarono, l’unica esperienza precedente era quella delle migrazioni in America e la politica europea in materia si basò sul presupposto dell’accoglienza incondizionata. Chi emigrava si comportava come un ospite in casa altrui e sposava la cultura del paese che lo accoglieva. E così gli italiani emigrati in Francia, Belgio, Germania (e in Italia del nord) avevano il vizio di metter mano al coltello, ma prima o poi si integravano, imparavano la lingua, mandavano i ragazzi a scuola, aprivano ristoranti e attività commerciali, e i loro figli non creavano problemi perché le differenze culturali erano tutto sommato conciliabili. Perfino gli emigrati turchi in Germania (che pure costituivano una specie di buco nero, con un nocciolo duro di anziani che rifiutavano ogni integrazione, non imparavano la lingua e non partecipavano alla vita del paese che li ospitava) a poco a poco si integravano: intorno al nocciolo la resistenza si sfaldava, i giovani turchi e tedeschi si frequentavano con sempre maggiore libertà e l’integrazione prometteva di essere lunga e travagliata, ma di andare in porto.
    L’emigrazione araba è diversa e il problema, ovviamente, non è il rifiuto della carne impura e degli alcolici: gli stessi tabù esistono anche per i turchi. Il problema è la cultura integralista, che non distingue fra politica e religione, che non concepisce né il laicismo europeo né quello di Ataturk, e non ammette la coesistenza di opinioni diverse (perchè tutto ciò che non si adegua alla legge di Allah è bestemmia).
    C’è poco da illudersi: il problema è lo stesso per tutta Europa e riguarda semplicemente la sopravvivenza della nostra cultura. Un conto è aprire la porta di casa all’ospite, un conto è lasciargli mettere i piedi sul tavolo. Una democrazia rischia la propria esistenza se non mette al bando chi rifiuta di sottomettersi alla legge, una cultura laica non può sperare di integrare chi pone un libro sacro al di sopra della legge. Faremmo bene a preoccuparcene subito, guardando le cose per quel che sono. Senza buonismi pregiudiziali, va imposto ai migranti, esattamente come ai cittadini, il rispetto della legge dello stato e delle consuetudini del luogo. Libero chi vuole di osservare anche la legge di Maometto, del Buddha o di Confucio, ma dopo aver assolto i suoi doveri verso lo stato e verso la comunità che l’ha accolto. 
postato da rferrazzi alle ore 15:42 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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