Merlin Cocai

Il blog di Riccardo Ferrazzi
venerdì, 20 novembre 2009

Cinque avventurieri italiani (fine)

La realtà è qualcosa di troppo complesso per essere governata o addirittura pianificata. Avere in testa una grande e bella utopia non serve a niente se non si ha successo, ma per aver successo bisogna essere aperti a tutto e al contrario di tutto, determinati a correre rischi assurdi, e fiduciosi di saper agguantare per i capelli la fortuna.
    La realtà è intimamente contraddittoria, va avanti e indietro come un pendolo dalle oscillazioni irregolari, e quando ci costringe a scegliere non ci dà alcuna garanzia che le cose andranno così o cosà. Tutto ciò che possiamo dire del modo di procedere della realtà è che, a cose fatte, e solo allora, sembra mostrare un senso. Hegel ha definito questo strano fenomeno Astuzia della Ragione. I romani proclamavano “divus” l’uomo baciato dalla fortuna che anticipa le decisoni del Fato. I greci si accontentavano di venerare una dea che univa in sé il Caso e la Sorte: la chiamavano Tyche.
    Insomma, non esiste un modo per piegare la Storia al volere di un uomo, di un popolo o dell’umanità. La Storia è un fiume vorticoso che va dove gli pare e nel quale chi cerca il successo può soltanto inserirsi e lasciarsi trasportare. Per emergere bisogna cavalcare la tigre o, come dice Machiavelli, afferrare la fortuna, batterla e tenerla sotto. Vero è che tutti ci provano ma pochissimi ce la fanno e, fra quei pochi, quasi nessuno riesce a scendere dalla tigre senza essere divorato.
    D’altra parte, è anche vero che chi non ci prova non può dire di aver vissuto. Il senso dell’agire umano è tutto qui, nel provarci, ed è un senso che riscatta anche il bacio di Alberoni, le vergogne di Cagliostro, la fatuità di Casanova, gli errori di Colombo. E la megalomania di Napoleone.    
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lunedì, 16 novembre 2009

Cinque avventurieri italiani (6)

Per quasi vent’anni, dal 1793 al 1812, la fortuna di Napoleone è sfacciata, né più né meno. Ma sulle prime neanche lui se ne rende conto. Ragionando a posteriori, lui stesso ammette di non aver mai pensato a mirare davvero in alto prima del ponte di Lodi. Lì, respinto dalla fucileria austriaca, cade dal ponte dentro a una palude e viene salvato dal contrattacco guidato da Augereau. Ripescato dal fango e sollevato sugli scudi, il piccolo avventuriero sente di essere baciato dalla fortuna.
    Ma sul momento non si direbbe. Qualche mese dopo, a Montebello, le sorti della battaglia sono a lungo in bilico e basterebbe un niente perché la giornata si trasformi in una rotta disastrosa, senza rimedio. Per un pelo lo stesso generale Bonaparte non viene catturato dal nemico. I soldati austriaci si battono con lo stesso eroismo dei francesi. Fra le due armate non c’è altra differenza che il Caso, la sorte delle armi, la grazia di Dio.
    È allora, la notte dopo Montebello, mentre pensa a come far cadere Mantova per poi marciare su Vienna, che Napoleone identifica nel ponte di Lodi il momento in cui la fortuna l’ha preso fra le braccia. Marengo, Austerlitz e decine di altre battaglie non faranno che confermarlo in questa convinzione. Gli intrighi con Paoli erano stati un passaggio obbligato, Tolone un merito personale, il matrimonio con Joséphine una combinazione di amore e politica, la manovra di Montenotte uno sfoggio di abilità tattica. Ma il ponte di Lodi è il segno lampante della fortuna.
    Da quel momento Napoleone avanza sulla spinta di una fiducia incrollabile nella sua stella. Non smette di crederci neanche quando la stella si spegne. Dall’esilio dell’Elba si getta nella più folle delle avventure. Conquista la defezione dell’esercito a furia di demagogia. Si appoggia ai giacobini e ai liberali, salvo poi organizzare una mascherata in Campo di Marte dove compare vestito d’oro come un imperatore romano. Non ascolta chi vorrebbe da lui una ripresa della Rivoluzione. Mette insieme un’armata raccogliticcia in cui l’unico generale d’esperienza è Ney, la testa matta.
    Dei marescialli che hanno fatto la sua gloria, molti sono morti, Masséna non gli crede più ed è rimasto a Marsiglia, Murat crede di far politica per conto suo e Napoleone ha voluto che rimanesse a Napoli, Bernadotte è riuscito a sfilarsi e non si muove da Stoccolma. Tutti stanno a guardare, mentre l’imperatore sperpera le ultime generazioni francesi in una battaglia che, anche se l’avesse vinta, non avrebbe risolto niente.
    Non c’è niente di più difficile che riconoscere di essere stati abbandonati dalla Fortuna e ridimensionare i propri obbiettivi.
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venerdì, 13 novembre 2009

Cinque avventurieri italiani (5)

Proviamo a guardare il grande imperatore in un’altra ottica. Invece di partire da “Ei fu”, partiamo dal 1° settembre 1785: Napoleone ha appena compiuto sedici anni e riceve i gradi da sottotenente. La paga gli basta appena per non morire di fame. Per avere lo scatto di grado ed essere nominato tenente dovrà aspettare fino al 1° giugno 1791. Il passaggio a capitano arriva un anno dopo, in pieno Terrore, anche se il decreto di nomina viene retrodatato al 6 febbraio 1792. Il 12 settembre 1793 Buonaparte è già capo di battaglione (che credo corrisponda a tenente colonnello, o giù di lì) e gli viene affidato il comando dell’artiglieria all’assedio di Tolone. La città cade soprattutto per merito suo e nel giro di tre mesi Napoleone è generale di brigata.
    Fino all’avvento di Robespierre, Buonaparte non fa niente per meritare scatti di carriera. Per le prime promozioni ci vogliono anni, ma non appena la Rivoluzione entra nella fase terrorista gli ufficiali fuggono all’estero, altri vengono sospettati di tradimento e ghigliottinati, chi rimane viene promosso a tambur battente. In due anni Napoleone passa da tenente a capo di battaglione. Oggi sappiamo che se lo meritava; ma che ne sapevano i suoi contemporanei? Quanti personaggi meritevoli, anzi eccezionali, sono diventati generali a ventiquattro anni e comandanti di un’armata a ventisei? Forse solo Alessandro, che era figlio del re. Napoleone ha beneficiato di una incredibile serie di scatti di grado non solo per meriti propri, ma soprattutto perché altri ufficiali non ce n’erano. Nelle forze armate va avanti chi ha appoggi politici. Per Napoleone, la ghigliottina fu uno sfacciato colpo di fortuna.
   E pensare che dei primi sette anni e mezzo di servizio militare il fulmine di guerra ne ha passati al reggimento solo due e mezzo: per ben cinque anni è stato in licenza, quasi sempre in Corsica. Di che cosa abbia fatto laggiù non esistono documenti o testimonianze, ma è impossibile che un uomo così spasmodicamente teso a cercare il successo si sia occupato soltanto dei suoi poderi e delle sue greggi.
    Con alti e bassi, la famiglia Buonaparte ha sempre avuto rapporti con Paoli e con il separatismo. E, guarda caso, quando la rivoluzione taglia la testa al re, Paoli viene richiamato dall’esilio. Come mai? Che vantaggi poteva dare a Robespierre l’arrivo in Corsica di un vecchio arruffapopoli? Forse è lecito ipotizzare che qualcuno gli abbia spianato la strada. Forse è possibile che qualcuno - magari un giovane ufficiale? - abbia fatto da trait d’union fra il separatismo e i giacobini.     
    Ma la politica è un gioco in continuo rivolgimento. Appena arrivato, Paoli si mette a trescare con l’Inghilterra. Napoleone tiene il piede in due scarpe finché può, ma alla fine sceglie la Francia. Ha calcolato che l’indipendentismo non ha concrete possibilità di successo? Può darsi. Ma è più probabile che ormai si sia così invischiato con i giacobini da non potere più dissociarsi.
    Napoleone diventa giacobino per calcolo quando è un signor nessuno, ma resta giacobino anche da imperatore perché solo incarnando la Rivoluzione può arrivare al trono. Eppure la sua dinastia non riuscirà mai ad assestarsi al potere proprio perché incarna un partito, non la nazione.
    L’unica cosa chiara nel comportamento dell’ufficiale Napoleone Buonaparte è che fino alla nomina a comandante dell’Armée d’Italie non ha alcuna idea di quale successo rincorrere. Sta con Paoli in Corsica, per Robespierre prende d’assalto Tolone, per il Direttorio (e per Barras) prende a cannonate i controrivoluzionari nelle strade di Parigi. Il successo lo vuole, lo vuole intensamente, ma non ha idea di quale sarà. Lascia fare al destino. Lui intriga, fa politica nelle anticamere, nei salotti e in camera da letto; si ficca in tutte le avventure. Si è parlato perfino di società segrete. Per tutta la vita Napoleone non fa che prendere rischi di cui non è in grado di calcolare la portata, fedele al suo motto: Je m’engage et puis je vois. Se non si fa così non si può mirare in alto, ma per correre grandi rischi e cavarsela ci vuole una fortuna straordinaria.
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martedì, 10 novembre 2009

Cinque avventurieri italiani (4)

La Storia vista a posteriori sembra rivelare un senso, sì, ma solo a patto di trascendere le singole persone. Nessuno impone svolte alla Storia perseguendo un suo obbiettivo. Può ottenere ciò che vuole oppure no; ma, anche se lo ottiene, la Storia andrà per un altro verso. Poi, cronisti e storici provvederanno a far credere che l’eroe di cui si occupano ha “scorto” o “intravisto” il futuro corso del progresso e, se la sua azione sembra avere oscillato fra diverse tendenze, è perché, senza deflettere dalla visione strategica, bisogna pur fare i conti con la quotidianità.
    Balle. Balle colossali, inventate a posteriori e originate dal bisogno – il più delle volte propagandistico – di “creare l’eroe” perché, nel frattempo, la Storia ha fatto capire dove va e un antesignano fa sempre comodo. Invece, se ci si mette nei panni dei nostri cinque avventurieri nel momento in cui si lanciarono nel mondo, è facile osservare che: 1) nessuno di loro aveva la più pallida idea di dove sarebbe andato a parare e 2) i loro obbiettivi, se pure se ne ponevano, erano tutto sommato modesti.
    Forse anche per questo al termine delle loro parabole non ci fu grandezza. Colombo a Valladolid si struggeva per non aver messo le mani sull’oro di Cipango. Casanova nel castello di Dux malediceva il decadimento fisico che non gli permetteva più di andare a donne. Nella prigione di San Leo Cagliostro chiedeva solo fiaschi di vino abboccato. Alberoni faceva il vescovo in Romagna e pensava alla sua anima.
    E Napoleone? Di tutti i sogni e le ideologie che gli hanno prestato (l’Asia, la Rivoluzione, i Lumi, il Codice Civile, e chi più ne ha più ne metta) qual è la preoccupazione dominante nel chilometrico memoriale autoassolutorio di Sant’Elena? La più borghese, la più italiana: trovare una sistemazione a suo figlio.
    In migliaia di pagine Napoleone non si domanda che senso abbia avuto la sua avventura umana. Se qualcuno glielo chiedesse, lo guarderebbe come si guarda un matto. Che senso vuoi che abbia? risponderebbe. Ho fatto ciò che ogni uomo deve fare: ho cercato il successo. E ne ho avuto più degli altri. Punto.
    Napoleone non perde tempo con domande filosofiche. L’unica cosa che gli sta a cuore è sottolineare con forza una presa di posizione: per meriti miei e per gentile concessione della Fortuna, sono diventato imperatore; anche se i miei nemici mi hanno detronizzato, rivendico il mio status e non rinuncio a pretendere il trono.
    Da bravo papà italiano, Napoleone cerca di capitalizzare quel che gli è rimasto - la gloria militare e l’ideologia rivoluzionaria - per farne una “raccomandazione”: suo figlio ha diritto a un “posto”. Un posto da imperatore dei francesi.
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venerdì, 06 novembre 2009

Cinque avventurieri italiani (3)

Tredici anni prima della nascita di Napoleone, Casanova evade dai Piombi senza un piano preciso e senza idee per il suo futuro. Non ne avrà mai. Arriva a Parigi il 5 gennaio 1757 e, uno dopo l’altro, mette a segno due colpi da maestro: si inserisce nella gestione del lotto e circuisce la duchessa d’Urfé.
    Con il malloppo depositato in banca e sfruttando la rete delle fratellanze massoniche, gira l’Europa facendosi mantenere dai suoi ospiti, piazzando piccole truffe, combattendo duelli, barando al gioco, passando da un’amante all’altra, buttando al vento i suoi quattrini. Sempre all’avventura, sempre alla giornata, senza un obbiettivo concreto. È il suo periodo di trionfo e tutto sembra andargli a gonfie vele: cavalca l’onda della fortuna.
    Più tardi, nello stesso periodo in cui Casanova si abbassa a fare l’informatore pur di rientrare a Venezia, Giuseppe Balsamo diventa il conte di Cagliostro. Anche lui ha trovato la sua miniera d’oro nella massoneria, nei riti esoterici, nella magia, e inizia a comportarsi come un guru indiano. Si fa un nome nei paesi baltici dove, preceduto da un battage pubblicitario senza precedenti, passa di città in città sull’onda dei successi. Lascia il paese prima di essere smascherato e arriva in Francia con la fama di mago, guaritore e benefattore dell’umanità, nonché nababbo capace di trasmutare i metalli vili in oro. A Strasburgo, per puro caso, incontra il colpo grosso: conquista la città guarendo gratis gli ipocondriaci e gli affetti da malattie psicosomatiche, entra nelle grazie del duca di Rohan e per un paio d’anni tocca il cielo con un dito.
    Cagliostro non diventa santone, gran maestro di una massoneria, eminenza grigia di un gran signore, programmando e mettendo in esecuzione un piano preciso; al contrario, ha tentato mille strade, è passato attraverso tutte le vergogne, prima che il caso gli facesse incontrare la persona giusta al momento giusto. Si può ammirare il suo mantenersi mentalmente disponibile a qualunque avventura, ma non si può certo accreditarlo di un programma (se non quello di far quattrini in qualunque modo).
    La fortuna continua ad assisterlo finché il famoso “affare della collana” rovina il suo protettore. In quella circostanza Cagliostro si disimpegna con abilità e riesce a salvare gran parte del suo credito ma, con la stessa immotivata rapidità con cui l’aveva abbracciato, la fortuna lo abbandona. Le sue scelte perdono lucidità. Il conte di Cagliostro ridiventa Giuseppe Balsamo e si avvia lungo la china che lo porterà a morire in galera.
    Una traiettoria simile, anche se con un esito meno tragico, è quella di Giulio Alberoni, piccolo e sconosciuto abate che soffoca nella provincialissima curia vescovile di Parma. Il passaggio del Vendôme, capitano di ventura con una armata mercenaria al seguito, è un avvenimento e il vescovo, accompagnato da Alberoni, suo segretario, corre a riverirlo. Ma il generale ha la villania di ricevere il vescovo stando seduto sul vaso da notte; il vescovo si offende e se ne va; lo spregiudicato Alberoni vede la possibilità di spiccare il volo e la coglie immediatamente.
    Spiccare il volo verso dove? Alberoni non lo sa e nemmeno gli importa. Vuole volare, e basta. Con i suoi “lazzi turpi e matti” (ma anche facendosi notare per qualche idea non banale) molla il vescovo, si lega al Vendôme, va con lui a Madrid e viene presentato a corte. In quell’ambiente di mummie imbalsamate Alberoni seduce la regina, diventa primo ministro di un impero in decadenza, ma ancora intercontinentale; piazza un fortunato colpo diplomatico e regala alla Spagna l’ultimo sussulto della sua potenza. Ma il vento gira quasi subito: solo grazie al Papa Alberoni riesce a cavarsela a buon mercato.
    Sorte ben diversa da quella di Cristoforo Colombo, che viaggia per diversi armatori prima di concepire l’idea della traversata oceanica. Ci si incaponisce, ma non riesce a persuadere i portoghesi. Prova con gli spagnoli, ma deve aspettare anni e anni, raccontare bugie, mettere di mezzo ogni genere di intermediari. Si riduce in miseria. Presenta calcoli sballati ai dottori di Salamanca che lo mandano a quel paese (e non avevano tutti i torti: chi lo sapeva che a occidente fra la Spagna e la Cina c’era l’America? Non lo sapeva neanche quello sconosciuto apolide capitato lì da chissà dove).
    Nessuno si danna l’anima più di Colombo per inseguire una fortuna che gli si nega ostinatamente. Solo per un breve periodo la dea bendata gli sorride. Granada avrebbe potuto resistere ancora vent’anni, ma le lotte interne costringono i mori ad arrendersi e l’avventura dell’oceano può partire. Eppure la buona sorte che favorisce Colombo dura pochissimo e gli dà quasi solo la gloria postuma. Forse il Grande Ammiraglio trova un po’ di felicità solo in mare aperto. Lui, che ha regalato un nuovo mondo a un re che non è neanche il suo, finisce la vita bussando a una porta che non si apre. 
    E come loro, fra il Cinquecento e il Settecento, migliaia di italiani assetati di avventura, inclini all’intrigo e al doppio gioco, cercarono il successo. Ognuno aveva le sue capacità, i suoi sogni, il suo immaginario. Ma la molla che spingeva tutti quanti era la voglia di sfuggire a una vita anonima e qualunque. Per riuscirci ci voleva fortuna. Per trovarla bisognava andarla a cercare. Questi cinque ne trovarono parecchia, almeno per un po’. Gli altri vivacchiarono di truffe, prostituzione, rapina. La maggior parte finì male, come era logico che finisse. Il più favorito dalla sorte fu Napoleone, ma ne restò prigioniero e fu costretto a giocarsi tutto, fino all’ultima goccia.
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martedì, 03 novembre 2009

Cinque avventurieri italiani (II)

Riconosco che la tesi è scandalosa. Che c’entra la fortuna con il mito di personaggi che sono diventati veri e propri archetipi umani? Questi uomini sono i migliori esempi di “trionfo della volontà”! Nessuno più di loro ha costruito il successo con le proprie mani, sormontato difficoltà, sopportato la malasorte, piegato la realtà ai suoi progetti. Chi non ricorda a quante porte ha bussato Cristoforo Colombo? O quante battaglie ha combattuto Napoleone? E Alberoni, pur di uscire da una curia di provincia, non è arrivato a baciare il culo (e non per metafora) del generale Vendôme?
   Eppure, questo modo di vedere le cose non è viziato dal fatto che ormai sappiamo come andò a finire? Proviamo a metterci nei panni dei nostri eroi, non quando hanno toccato l’apice del successo, ma quando erano dei perfetti sconosciuti.
    Giuseppe Balsamo, scugnizzo palermitano cacciato da scuole e collegi, è ridotto a vivere di truffe e forse anche a prostituirsi nei porti levantini. Quando rientra in Italia si dà alla nobile professione di falsario e sfruttatore di donne. Per anni vive alla giornata, senza progetti, senza speranze. Trascina la sua esistenza cercando fessi da buggerare per mettere insieme il pranzo con la cena. L’unica cosa che ha in mente è placare la fame, ma spesso non ci riesce e deve saltare i pasti. Un giorno incontra Casanova, ben vestito, ben pasciuto e pieno di quattrini: tenta di rifilargli un documento contraffatto e di mandarlo a letto con sua moglie. È lontano mille miglia dall’immaginarsi conte di Cagliostro e Gran Cofto della massoneria di rito egiziano.
    Dal canto suo, il sottotenente Napoleone Buonaparte (non ancora Bonaparte) non è messo meglio. Discendente da una famiglia di origine veneto-emiliana-toscana, figlio di un avvocato squattrinato, proveniente da un’isola diventata francese da pochi anni e già ribellatasi un paio di volte, iscritto alla scuola di guerra grazie all’elemosina di un re al quale sta per essere tagliata la testa. Tutto sembra andare a rovescio. Altro che mirabolanti futuri! C’è da fare salti mortali per salvare la pelle. La rivoluzione è un’opportunità, ma è anche un rischio mortale: da che parte schierarsi? A Parigi il sottotenente Buonaparte non ha santi in paradiso.  
    Prova a ripartire da Ajaccio e gioca le carte più estremiste. Si butta in braccio alla montagne, a Robespierre. Il gioco sembra funzionare e Napoleone ottiene la sua prima opportunità all’assedio di Tolone. Ma il 9 termidoro Ropespierre è detronizzato e chi si era legato al suo carro oltre alla carriera rischia anche la testa. Buonaparte è un vaso di coccio tra vasi di ferro, e lo sa. È pieno di dubbi, timori, desiderio di tenere il piede in troppe scarpe. Quali sono i suoi piani fino questo momento? Nessuno. Il suo unico scopo, quando Robespierre viene giustiziato, è salvare la pelle.
    Forse, in un momento così drammatico, non riesce neanche a dare il giusto peso a una circostanza: i generali monarchici (cioè quasi tutti!) sono scappati all’estero oppure intrigano e si fanno cogliere sul fatto. Al comando delle armate francesi ci sono generali di nomina politica, che non hanno frequentato la scuola di guerra. Alcuni sono ottimi tattici, nessuno è uno stratega. Questo è il primo colpo di fortuna di Napoleone.  
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sabato, 31 ottobre 2009

Cinque avventurieri italiani (1)

Basterà leggere una ventina di libri per affacciare una tesi storica? No. È probabile che venti non siano sufficienti. Ma allora quanti? Duecento? Duemila?
    Se la tesi fosse azzeccata ne basterebbero due, o anche nessuno. Ma per dire che una tesi sta in piedi ci vogliono prove, e il più delle volte le prove stavano nella testa dei protagonisti, che si sono guardati bene dal metterle per iscritto. O quando hanno scritto qualcosa, hanno mentito deliberatamente. Oppure ci hanno pensato i posteri a far sparire tutto ciò che contrastava con l’immagine imbalsamata nel mito.
    L’oggetto della mia tesi sono alcuni uomini che col trascorrere del tempo sono stati trasformati in monumenti, esempi, simboli integralmente e perennemente uguali a se stessi, dalla culla alla bara. Il mito ci ha consegnato un Napoleone genio della guerra; un Casanova amante irresistibile; un Cagliostro intrigante di successo; un cardinale Alberoni totalmente privo di scrupoli; un Cristoforo Colombo nuovo Ulisse che non ha paura dell’ignoto.
    Ma è proprio così? Colombo non ha mai avuto paura, Casanova ha sempre trionfato nei cuori e nelle camere da letto, Napoleone non si è mai perso d’animo? Io non ci credo. E non ci credono neanche i biografi che riportano la realtà dei fatti, anche se poi si sforzano di minimizzare ciò che va a detrimento dell’immagine consolidata. Ma soprattutto i primi a non credere al mito sono i nostri eroi. Basta leggere le loro autobiografie come se fossero romanzi, e cioè fingendo di non sapere come va a finire. Basta ricordare a ogni pagina che solo guardandola a posteriori la Storia lascia intravedere una linea di sviluppo, e constatare (o leggere tra le righe) che a quello sviluppo il protagonista quasi mai aveva pensato.
    La mia tesi è che Napoleone, Casanova, Cagliostro, Alberoni e Colombo avevano la stessa mentalità; che questa mentalità era tipica dell’avventuriero italiano; che era identica a quella di mille altri avventurieri pieni di genio, intuito, audacia, che si gettarono nel mondo con l’unico obbiettivo di agguantare un po’ di successo personale, e stop.
    Io sostengo che nel perseguire il loro sogno di autoaffermazione i cinque supereroi di cui sopra non ebbero meriti particolari: furono soltanto i più fortunati.
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martedì, 27 ottobre 2009

Kiss me Kate!

Non tornerà. È così assurdo che quasi non posso pensarci. Ma non tornerà, lo so. L’ho capito dal suo tono quando si è voltato e ha sibilato: “Questo è un altro ricatto. E io non ci sto più!”.
    Era la sua ultima parola. Ha preso la porta e non mi è rimasto che gridargli dietro: “E allora vattene!”.
    Spero che abbia sentito.
                                                                         ***
No, non sarà come le altre volte, quando tornava nel giro di un’ora con l’orgoglio bastonato e la voce pentita. Che soddisfazione sentirlo chiedere scusa (anche se lui giurava di non capire cosa avrebbe dovuto rimproverarsi)! I maschi passano la vita a inventare alibi e bugie, ma il guaio è che si autoconvincono e finiscono per crederci anche loro (e siccome le inventano male, fanno un sacco di figure meschine).
    Marco, che tipo! Un bambino viziato. Prima di perdonarlo (e l’ho perdonato troppe volte) mi toccava costringerlo ad affrontare la realtà, e farlo ragionare, e fargli capire quanto era puerile a non ammettere di avere torto.     
    Quasi come Salvatore, quel presuntuoso del mio ex marito, che non si dava neanche la pena di argomentare le sue pretese (o i suoi rifiuti). Io perdevo la voce a dimostrargli dove e perché sbagliava. Lui per un po’ faceva finta di non sentire, poi urlava: “Caterina, non rompermi i coglioni!”.                      
    Per forza l’ho lasciato. Per forza gli ho fatto causa. I maschi più stupidi (che sono poi tutti quanti) vanno trattati come i cuccioli: se fanno pipì in casa bisogna picchiarli sul muso con un giornale arrotolato.            
    E Mariano, anche lui! Un mammone con le fette di salame sugli occhi, capace di negare l’evidenza. Pretendeva di farmi credere che sua madre cucinasse solo verdure dell’orto appena colte dalle sue mani sante, quando l’avevo vista io aprire il congelatore e tirar fuori i piselli Findus. Be’, non voleva crederci! Secondo lui, ero io che prendevo la luna per il sole. E a dargli man forte ci si metteva anche quel suo amico che, vai a sapere perché, lo chiamava Petruccio. E giù a ridere. Sai che spiritosi.
                                                                        ***
La verità è che sono bambinoni, convinti di avere ragione per diritto cromosomico. Ma sono anche perfidi, come Marco quando è venuto qui, a casa mia, la prima volta. Conosceva benissimo le mie idee (e sapeva di essere in difetto perché, poche storie, chi non è con me è contro di me, ed è inutile girare la frittata). Insomma, è entrato, ha guardato di qua e di là, poi è andato allo scaffale. Ha visto le opere di Lenin, ha letto i titoli sulle coste e si è voltato con un sorriso da schiaffi, come se avesse indovinato che non sono mai riuscita a leggerne una fino in fondo. 
    “Manca la più significativa” ha detto.
    Io, cretina:
    “Come? Quale?” 
    E lui, trionfante:
    “Estremismo, malattia infantile del comunismo.”  
    Ha dovuto chiedermi scusa tre volte, formalmente, come era più che giusto. Ma sulle prime tentava ancora di giustificarsi, cercava di farmi credere che la sua fosse soltanto una bonaria canzonatura. E di che? Del mio estremismo! Figuriamoci, estremista io?
    Ma lui niente. Un po’ cercava di sorridere, un po’ faceva il risentito.
    “Ma come sei suscettibile!”
    Suscettibile io?
                                                                         ***
Abbiamo convissuto solo due mesi, Marco e io. Con Mariano era durato di più: quasi un anno. Con mio marito tre anni.
    Sarà perché gli uomini li ho conosciuti a poco a poco. All’inizio non credevo che fossero così meschini. Li vedevo alti come torri. Li immaginavo fatti di luce e di forza. Pensavo che, se ogni tanto diventano cattivi, è perché sono stupidi (questo l’avevo capito subito). Insomma, di lontano mi sembravano l’immagine della sicurezza. Da vicino li ho visti come sono: scimmioni prepotenti e senza cervello.
    Adesso non ricordo nemmeno come è cominciata l’ultima lite con Marco. So che erano due settimane che gli tenevo il muso e rifiutavo di fare l’amore. Ma il motivo non importa. Era una questione di principio: dovevo fargli capire che non mi lascio mettere i piedi in testa.
    E lui, con una faccia di bronzo che mi fa ancora rabbia a pensarci, si è permesso di dirmi che mentivo sapendo di mentire. Secondo lui, ero io che cercavo di infilarlo in una camicia di forza. Ha detto che sono possessiva.
    Possessiva io?
    E ha anche alzato la voce. Maleducato.
                                                                          ***
Io ero a letto. Lui era già vestito e aveva la faccia pallida come quando soffre per l’ulcera e sembrava che ogni parola gli costasse un litro di sangue. Commediante.
    Gli ho spiegato chiaramente che, se non chiedeva scusa, nel mio letto non ci sarebbe entrato mai più. Cortese ma secca. Lui ha sputato quella idiozia del ricatto e ha preso la porta. Come se avessi bisogno di ricattarlo, io!
    E adesso chissà dov’è, a leccare le ferite del suo orgoglio. Farà la vittima anche con se stesso. Dirà che sono io l’irragionevole. E non tornerà.
    Come mio marito, che sei anni fa si è risposato. Con la segretaria. Hanno due figli e probabilmente è solo per loro che lei continua a sopportarlo.
    Come Mariano, che è andato a vivere a Roma, si è sposato, ha fatto un figlio con un’altra e ha piantato la moglie. Adesso convive con quella gattamorta che l’ha messo in riga e lo fa marciare come un soldatino.
    No, Marco non tornerà. Ci penso continuamente. Ma ho ragione io, lo so.
    Ecco, adesso ricordo perché abbiamo litigato. Toccava a lui lavare i piatti e faceva apposta ad asciugarli senza risciacquare. Gliel’ho fatto notare, educatamente, ma con fermezza, e lui, come al solito, ha cercato di farmi passare per scema. Ma non gliel’ho data vinta, eh no.
    Quando ha capito che non l’avrebbe spuntata è sbottato a dire che lo tormentavo di proposito, che l’avevo scelto come capro espiatorio dei miei fallimenti. È stato semplicemente disgustoso. Si è messo a gridare: “Cosa vuoi da me, che ti ami o che ti dia ragione?”.
    Aveva le lacrime agli occhi. Per la rabbia, credo.
    Naturalmente non meritava una risposta e non l’ha avuta. Sono andata a letto e ho chiuso la porta a chiave.
    Ha dormito sul divano.
    Ha aspettato la mattina, quando mi ha visto andare e venire dal bagno. Sa che mi piace lavare i denti e poi tornare a letto per fumare una sigaretta. Si è affacciato sulla porta con l’espressione falsa di chi propone “non parliamone più” e intanto pensa “te la farò pagare”.
    Sì, hai trovato quella giusta!
    Ma a cosa serve rivangare? Non imparerà mai. Magari è convinto di essere stato lui a lasciarmi. Presuntuoso e cretino. Sono io che l’ho scacciato!
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venerdì, 23 ottobre 2009

Sesso e potere

Come sanno i ventitre lettori di questo blog, qui non si fa politica. E infatti questo è un post di costume. È vero che di costume politico si tratta, ma non è colpa mia se il sesso dei politici fa sempre più notizia e la funzione del giornalismo è decaduta dall’ermeneutica al gossip.
    Ho cominciato a scrivere questo post a fine agosto, ma poi gli avvenimenti si sono susseguiti secondo la logica della guerra per bande e ho dovuto prendere atto che per dire cose sensate su un’attualità in divenire bisognerebbe avere la sfera di cristallo.
    Può darsi che i prossimi rivolgimenti smentiscano le mie opinioni. Oppure no. Può darsi un po’ di tutto. Ma, comunque sia, non mi sembra il caso di buttare nel cestino un discorso concludente. Eccolo qua.
 
    Giovedì 20 agosto
    Da quando il nostro beneamato presidente del consiglio, con l’irresponsabilità della quale mena vanto, si è tirato in casa delle prostitute che, oltre a fornirgli piacevolezze, ne hanno registrato e reso pubbliche le confidenze, mi vien da ridere a pensare che strizza devono avere in corpo tutti i padreterni senza distinzione di età, sesso e colore politico. Quanti sfizi si saranno tolti negli ultimi tempi? Quante/i occasionali compagne/i avranno destramente manovrato registratori e telefonini di ultima generazione? A occhio e croce, io direi che tutti i vip dormono male la notte.
    E per amor del cielo non lasciamoci fregare dal patriottismo di parte. Ahimé, la carne è debole dappertutto e saremmo ingenui se pensassimo che i nostri beniamini siano casti e puri. Può essere una verità difficile da digerire, ma è comunque una verità: non basta essere femmina, anziano o appartenente a una fede politica bacchettona per essere al riparo dalle tentazioni.
    Ripeto: i fatti di questi giorni mi hanno fatto sorridere. Ricordo una nota giornalista Rai, parente stretta di un austero segretario di partito, della quale si venne a sapere con quanto gusto si era fatta il “merolone”. Ricordo un presidente del consiglio bollato come “cinghialone” per aver usato o abusato dei sollazzi di una supergnocca televisiva. Ricordo un portavoce di governo paparazzato mentre andava a travestiti. Ricordo un (allora) magistrato che si rilassava nella garçonnière di un bancarottiere. Ricordo un deputato di un partito cattolico che si portava in albergo due compiacenti gentildonne e una discreta dose di cocaina. Eccetera, eccetera, eccetera. Cosa anche peggiore (dal mio punto di vista), a Montecitorio e dintorni non c’è soltanto chi se la spassa ma addirittura chi per combattere le tentazioni (?) ricorre al cilicio (brrr!).
    Nel ripassare a memoria questo giocondo panorama, mi corre l’obbligo di confessare che quando Bill Clinton fu investito dallo scandalo Lewinsky la mia reazione istintiva fu un chissenefrega grosso così. OK, l’uomo più potente della terra aveva approfittato della sua posizione e, messo alle strette, si era difeso in un modo maldestro e arrogante. Ma la signorina Lewinsky era maggiorenne e vaccinata, e quando si inginocchiava sotto la scrivania di mr. President sapeva quel che faceva. Quanto a Hillary, poi, la Rodham&Clinton SpA è al di là di certe piccolezze. Il gatto e la volpe sono troppo affamati di potere per farsi condizionare da un flirt.
    Del resto, cosa vogliamo? Che gli uomini (e le donne) di potere siano candidi gigli virginali? Mah. Che cosa dovremmo dire di quel cardinale arcivescovo di Parigi del quale ricordo il nome, ma lo taccio, che morì di infarto nell’alcova di una prostituta d’alto bordo? E che dire di quel presidente del consiglio della Terza Repubblica francese al quale, ai tempi della belle époque, capitò lo stesso infortunio? E che dire di John Kennedy (per non parlare dei suoi fratelli e nipoti), il quale – vivaddio – non si perdeva dietro alle stagiste o alle escort, ma si acchiappava nientemeno che Marilyn Monroe?
    Già, che dire? La battuta è fin troppo facile.     
 
sabato 29 agosto
Mannaggia! Non faccio a tempo a scrivere una cosa che subito la realtà mi raggiunge e mi sorpassa. Ma chi sono, Nostradamus? Ho appena scritto che migliaia di padreterni devono sentirsi traballare il seggiolone sotto il sedere, ed ecco qua: Vittorio Feltri viene a sapere che il direttore del quotidiano dei preti da una parte canta nel coro dell’indignazione contro “papi”, dall’altra insidia i giovinotti e si fa condannare con sentenza passata in giudicato. E naturalmente lo sbatte in prima pagina.
    Non basta: l’inquisitore di destra scopre pure che il direttore di Repubblica, non del tutto candido, ha comperato un appartamento principesco dichiarando al fisco molto meno dell’importo pagato. E sbatte in prima pagina anche lui.
    Reazioni e controreazioni: killeraggio, attacco disgustoso, indignazione. Dimissioni. Gli strombazzatori di miserie umane, imperterriti, proclamano di non essere affatto pentiti. Mala tempora currunt. Politicanti, intrallazzatori e pennaioli, tremate tremate: Robespierre e Savonarola sono tornati.
    Ma i Torquemada di destra e di sinistra sono imprevidenti o soltanto arroganti? Ci vuole tanto a immaginare che qualche altarino devono avercelo pure loro, e prima o poi quel che è fatto è reso?
    Anche qui non serve Nostradamus per immaginare come finirà questa buriana: nella noia. Dopodiché fra le macerie di una guerra inutile continueranno ad aggirarsi politicanti, faccendieri, giudici, giornalisti, ecc. ecc. con tutti i vizi delle umane genti, esattamente come prima. Avranno almeno imparato che non serve a niente sbattere in prima pagina chi scopa, con chi scopa, e a che prezzo? Non ci spero troppo. La politica è gioco al massacro, sadomasochismo allo stato puro. Meglio starne alla larga.
 
venerdì 23 ottobre
A quanto pare, il governatore di vattelapesca s’arrazza privatamente, quattro caramba lo spiano e lo ricattano, il ROS spia gli spioni e li incastra. Intanto, il comandante in seconda delle truppe mastellate va sotto inchiesta per la sua chilometrica lista di raccomandazioni. A chi si domanda quanto ci vorrà perché tutte queste storie smettano di finire in prima pagina rispondo: un tempo eterno, infinito.
    Proprio così. Se non interviene alla svelta un generalizzato moto di nausea per queste miserie, il futuro che ci aspetta è questo: d’ora in avanti gli uomini (e le donne) di responsabilità dovranno essere sessualmente astinenti (o segaioli?), non faranno raccomandazioni (figuriamoci!), non ruberanno neanche per il partito (e io ci credo, credeteci tutti!).
    A chi si meraviglia che solo in Italia succedano queste cose rispondo insieme a Cossiga: non è vero, succedono dappertutto; solo che all’estero ne diventa pubblica una su cinque, in Italia tutte, e in più qualcuna che non è vera.
    Sarà sempre così, almeno fino a quando i Savonarola nazionali non avranno imparato a distinguere l’ipocrisia dall’opportunità.
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martedì, 20 ottobre 2009

Coerenza e selvaggina

La cultura si è allargata e livellata verso il basso? Senz’altro. Ma, a quanto pare, il livellamento ha prodotto anche una discreta confusione mentale.
    Mi limito a un esempio: quarant’anni fa la caccia era ancora considerata “lo sport dei re”, oggi è di moda l’animalismo e tutti seguono la moda. Però ci si guarda bene dall’applicarla con coerenza.
    Da più di quarant’anni sono un cultore di tauromachia. Sapendo che la moda è quella che è, di solito evito di parlarne; ma a cena da amici può capitare che qualcuno mi trascini sull’argomento. In questi casi, puntuale come una cambiale scaduta, salta su una gentile signora che mi guarda con orrore e mi rimprovera.
    “Ma non riesco a crederci! Se l’avessi saputo non sarei venuta qui, stasera! Per me, chi fa del male agli animali dovrebbe essere condannato a morte!”
    Il mio primo impulso è di dichiarare che non mi perdonerei mai se la signora dovesse rimpiangere di essere venuta, e andarmene. Ma la curiosità ha il sopravvento e, prima di salutare i padroni di casa, mi informo:
    “Scusa, ho capito bene? Vuoi dire che tu saresti capace di uccidere un essere umano, ma non un animale?”
    “Ma no... ma che discorso è? Non far finta di non capire...”
    “No, non ho capito davvero. Spiegami. Tu sei vegetariana, anzi vegana? Non mi pare: vedo che porti scarpe di cuoio.”
    “Ma cosa c’entra? Io non ho mai fatto male a nessun animale!”
    “Come no? Abbiamo appena mangiato prosciutto. Qualcuno deve pur avere ucciso e macellato il maiale. O no?”
    A questo punto, di solito, qualche anima generosa interviene a dirottare il discorso su altri temi. Ma la gentildonna ha oscuramente percepito di non essersi coperta di gloria e di lì a poco cerca la rivincita.
    “Scommetto che tu sei anche cacciatore, eh?”
    “A dir la verità, no. A caccia ci sono andato una sola volta nella mia vita e mi è sembrata una faccenda piuttosto noiosa. Però la selvaggina la mangio volentieri.”
    “Ah, beh, cosa vuol dire? La selvaggina piace anche a me!”
    “Cioè l’importante è che a uccidere la lepre sia qualcun altro, vero? Tanto poi lo condanniamo a morte.”
    Il seguito è una normale variazione sul tema: “Come rovinare una bella serata in casa di amici”.
                                                            ***
Quando penso a questo genere di discorsi, che ascolto sempre più spesso e sui più svariati argomenti, sono letteralmente spaventato dall’incoerenza (starei per dire la schizofrenia) con cui certe tesi vengono avanzate e sostenute.
    Com’è possibile che un essere umano sui quarant’anni non conosca il significato delle parole che usa? Eppure ha frequentato la scuola dell’obbligo e magari nel suo lavoro ha fatto una discreta carriera. Com’è possibile che non distingua l’enunciazione di un principio dalla sua applicazione pratica?
    Far soffrire gli animali per il gusto di infliggere sofferenze non piace a nessuno (tranne ai bambini che strappano le ali alle mosche e le code alle lucertole) ma chi vuol mangiare un pollo, un pesce, o una fetta di salame, non può fingere di ignorare che il suo desiderio è causa di morte per un animale.
    Personalmente ho raggiunto un’età in cui gran parte della mia dieta è fatta di frutta e verdura, ma apprezzo ancora il pesce e la carne bianca, e una volta ogni tanto mi concedo una costata fiorentina. Sono cosciente del fatto che ogni volta che in trattoria ordino un piatto di carne un essere vivente muore, ma non sono responsabile di essere onnivoro più di quanto il leone sia responsabile di essere carnivoro. Del resto, sono esseri viventi anche i vegetali di un’insalata e dubito molto che sia possibile ricavare un’alimentazione umana completa da materiale inorganico. La vita si nutre della vita e gli animali, verso i quali siamo tanto compassionevoli, non si fanno il minimo scrupolo a sbranarsi fra loro. Può essere spiacevole, ma è così.
    Invece le brave persone seguono le mode sicure di essere nel giusto; anzi, nel giustissimo; anzi, nell’unica convinzione moralmente ammissibile. E non si accorgono di avvolgersi nelle contraddizioni. La sicurezza di essere nell’assolutamente giusto li trascina nell’assolutamente cretino, ma non se ne accorgono. Non sono stupidi, non sono in malafede: semplicemente non se ne accorgono. Inseguono un ideale e non vedono che è un’utopia, una bella utopia che può indicare una direzione, ma che non è e non può diventare uno dei dieci comandamenti.
    Quando si parla di progresso civile, non bisognerebbe mai dimenticare che a opporsi al progresso non sono soltanto i conservatori e i reazionari (che, se non altro, combattono a viso aperto): sono soprattutto le incoerenze di chi dice di volere il meglio ma non sa metterlo in pratica.
postato da rferrazzi alle ore 10:59 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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