Merlin Cocai

Il blog di Riccardo Ferrazzi
sabato, 17 maggio 2008

Ancora Giorgio

Questa volta Giorgio, il protagonista di "I nomi sacri", si ritrova in una strana situazione. Vive la "rivoluzione contro i padri" ed è contemporaneamente Robespierre e Marco Bruto. Post incasinato assai. Ditemi, vi prego, se riuscite a capirci qualcosa.

 

In fondo alla biblioteca del castello di Dux si apre una porta che immette in un corridoio. Giorgio la spalanca, ma dopo qualche passo la luce si fa più fioca fino a sparire del tutto e Giorgio si ritrova nel solito tunnel buio che a ogni svolta si fa più stretto. Non c’è modo di fare dietrofront: bisogna andare avanti, ma con cautela, perché dietro a ogni curva potrebbe esserci Alberico a cavallo, con il fucile puntato.
Il tunnel sbuca in una piazza gremita di folla. C’è gente di ogni genere, e tutti sono eccitati: borghesi in marsina che vanno avanti e indietro dondolando il bastone da passeggio, popolani con in testa il berretto frigio e con l’alito che puzza di vino, vecchie megere che si sono portate appresso il lavoro a maglia, e sferruzzano, e ogni tanto alzano la testa per gridare: “A morte! A morte!”. È una mattina di gennaio. Il cielo è coperto, fa freddo. Giorgio sente in gola la sensazione di quando è scappato dal paese dei montanari: l’orrore del branco, la percezione fisica di una folla affamata di carne umana.
E all’improvviso la piazza non c’è più. Giorgio cammina per i corridoi di un palazzo. Ha le mani sporche di sangue e non è affatto sicuro di sé. Parla, e non sa se si giustifica o se si confessa.
Era mio padre. Lo sapevano tutti e fingevano di ignorarlo. Fingevo anch’io. Cos’altro potevo fare? La sua spada teneva il mondo in equilibrio. La sua parola era legge. Nel palazzo, fra intrighi e messe nere, gli adulatori e gli avventurieri contavano più dei generali e dei magistrati. Il comando di una provincia valeva il prezzo di una collana. Tutto era ai suoi ordini, eppure tutto precipitava. La ragion di stato lo costringeva a uccidere con la stessa spada che avrebbe dovuto garantire il diritto. L’alloro che copriva la sua calvizie si stava tramutando in una corona.
Eccolo. Sale sul palco in maniche di camicia e senza parrucca. Grida: “Cittadini, muoio innocente delle colpe di cui sono accusato...” e una voce tra la folla gli rimprovera una ingiustizia di cinquecento anni prima. Sul cocchio dei suoi trionfi uno schiavo gli sussurra all’orecchio: “Sei soltanto un uomo!”, ma nel corteo lo segue un re in catene che ha sperato nella sua magnanimità e sta per essere assassinato in una cella del carcere Mamertino.
                                                                         ***
Dicono che stanotte sia successo il finimondo. Probabilmente è stato solo un temporale. Ho sentito parlare di visioni, di fuochi fatui, di vitelli nati con due teste. Non so che dire. Io non faccio caso ai presagi, ai fulmini o alle psicosi collettive. Ma la notte che precede un parricidio non può essere come le altre.
Sua moglie si è svegliata da un incubo e l’ha scongiurato di non andare in senato. Lui le ha risposto che nessuno doveva pensare che un sogno potesse piegare la sua volontà. Chissà quanto era convinto. Chissà se gli tremavano i ginocchi. Certo, il suo passato era lì, davanti agli occhi suoi e del mondo, e si reggeva da sé, compatto, pieno di significato. Quanti uomini hanno il privilegio di guardare la propria vita e sentire che è stata giusta così, esattamente così, e non c’è da cambiare neanche un sospiro?
Però questa volta non stava a lui decidere. Stava a me, ai miei sogni frustrati, alla mia invidia. Nessuno poteva superare la sua gloria e non sarebbe bastata una vita intera per uguagliarla. Per stare alla sua altezza potevo solo distruggerlo.
Non era ancora l’alba. Affacciato al balcone, guardavo i primi mercanti entrare in città. Le ruote rimbalzavano sui lastricati. Muli e buoi trascinavano carri pieni di verdure, pesci, polli, agnelli, selvaggina; i conducenti sostavano davanti al tempio di Ermes e lasciavano un obolo; chi incontrava un aruspice sabino gli chiedeva di esaminare le viscere di un animale.
La città prendeva vita nella penombra e io mi domandavo se sarebbe stata ancora così dopo la sua morte. Decapitare il padre delle leggi. Perdio! Il sole sarebbe sorto ancora? La processione mattutina dei bifolchi in cerca di piccoli guadagni sarebbe continuata in pace e in guerra? Non potevo saperlo, e i dubbi mi ronzavano attorno come pipistrelli impazziti.  
Chissà, forse gli analfabeti vivono meglio sotto una dittatura. Forse l’amore della libertà non è così diffuso come sembra. Ma lui, il padre, perché deve essere così dannatamente sicuro di sé, così vittorioso e indiscutibile? Lo amerei di meno se avesse l’aspetto di un uomo anziché quello di un dio? E cosa rimane, poi, quando la morte cancella l’amore? Solo il rimorso.
Guardavo il cielo nero e pensavo agli altri congiurati, che avevano passato la notte tremando di paura, coltivando invidie e pregustando vendette. Perché una cosa va detta senza tante storie: le azioni più nobili hanno spesso dei moventi infami e chi restaura la libertà non è migliore del tiranno. Ma ormai gli ingranaggi sono in moto. Morrà il padre o moriremo noi. Forse moriremo tutti, tutti quanti. Devo essere pronto anche a questo. 
                                                                          ***
Bronzi e marmi: questo è il senato. Uno spiazzo ventoso in riva alla Senna: qui è montato il palco con la macchina per uccidere. Non c’è più tempo per pensare. La carretta rotola verso place de la Révolution. Il senato è pieno di toghe bianche.
Perché non metterli nello stesso mazzo, il self made man coronato d’alloro e lo smidollato avvolto nel manto di ermellino? Sono padri tutti e due: uno per conquista, l’altro per eredità. Tutti e due insopportabili. 
Giù la lama della ghigliottina! Voglio vedere la testa che rotola nel cesto, voglio sentire il fiotto del suo sangue sgocciolare fino a terra! Qui, davanti alla statua di Pompeo, vibro la ventitreesima pugnalata, nei genitali, come fece Zeus con Crono. Così ti consegno al mito, padre mio. Piuttosto che obbedirti, il mondo preferisce piangerti in eterno. E piangeremo, certo. Ma vivremo ugualmente, noi piccoli uomini senza maestà, con altri rimorsi in gola, con altre some sulle spalle. Per intanto gustiamo un disperato sollievo, come scimmioni che battono il petto e uralno saltando sul cadavere di un nemico sconfitto.    
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mercoledì, 14 maggio 2008

Isac Asimov

L’attenzione (...) di ogni lettore sarà richiamata da una storia della decadenza e caduta dell’impero romano, forse la scena più grandiosa e impressionante nella storia dell’umanità (...) Fu tra le rovine del Campidoglio che concepii l’idea di un’opera che mi ha occupato e ricreato per circa vent’anni della mia vita...
    Con queste parole, il 27 giugno del 1787 (due anni prima di un’altra storica caduta: quella della Bastiglia), Edward Gibbon licenziava le quasi tremila pagine del suo capolavoro, una cavalcata di quindici secoli da Cesare Augusto fino al vittorioso assedio di Maometto II a Costantinopoli.
    Circa centocinquant’anni più tardi, Isaac Asimov lesse la Storia del declino e caduta dell’impero romano e concepì l’idea della saga della Fondazione. Si era nel 1940 e il mondo era immerso nella seconda guerra mondiale. Anche al termine del conflitto, il dopoguerra non parve promettere niente di buono. La sconfitta di Hitler non aveva fatto chiudere il tempio di Giano. In Corea si combatteva ancora e il generale MacArthur chiedeva al presidente Truman di usare la bomba atomica. La liquidazione degli imperi coloniali portava guerre e guerriglie un po’ dappertutto. Cominciava una lunga guerra fredda basata sull’equilibrio del terrore.
    In queste circostanze Asimov iniziò senza rendersene conto un’avventura letteraria che lo avrebbe “occupato e ricreato” per ben più di vent’anni. I primi racconti (scritti fra il 1940 e il 1949) vennero fusi in tre romanzi: Foundation (Cronache della Galassia), Foundation and Empire (Il crollo della galassia centrale) e Second Foundation (L’altra faccia della spirale). All’autore parve che la cosa si potesse chiudere lì e avviò un’altra saga: quella dei robot. Ma la trilogia della Fondazione venne ripubblicata nel 1961 e il successo fece nascere nell’autore l’idea di collegare i robot alla storia galattica. Pur con le interruzioni imposte dal lavoro di divulgazione scientifica al quale Asimov teneva moltissimo, i quattordici romanzi in cui si articola il ciclo costituiscono un insieme abbastanza omogeneo. La saga, che parte da Io robot e termina con Fondazione e Terra, può dirsi conclusa con quest’ultimo romanzo, datato 1983.
                                                               ***
Quanto a Asimov scrittore, credo che sia difficile trovare in tutta la letteratura fantascientifica (o nella letteratura per ragazzi, o nella letteratura popolare, o nella letteratura rosa, o in quella che volete) un autore più schematico nelle descrizioni, bidimensionale nei personaggi, prevedibile nelle soluzioni. Eppure è l’autore di fantascienza più venduto dopo Jules Verne.
     Qualcuno potrebbe pensare che, individuando le caratteristiche comuni a Verne e Asimov, si ottenga la ricetta per scrivere un bestseller. Ahimé, non è così. La caratteristica più evidente che Verne e Asimov hanno in comune è lo schematismo, la lingua sciatta, l’incapacità di far provare dei veri sentimenti a personaggi privi di profondità. Un’altra caratteristica di Verne è la celebrazione dei ritrovati tecnologici del suo tempo e la proiezione degli stessi in un improbabile futuro. Ma Asimov lo segue svogliatamente su questa strada e tende piuttosto a separare la saggistica di divulgazione dalla narrativa.
    Più si prosegue in questo tipo di analisi, meno se ne ricava. La verità è che il successo di Asimov dipende da un unico fattore: il respiro cosmico del suo progetto. Così come Gibbon prese in esame quindici secoli di Storia, Asimov ricostruisce la “storia” di almeno dodicimila anni durante i quali fu popolata la galassia, un impero nacque e crollò, una Fondazione lo ricostituì. Tutto questo con l’aiuto di una scienza fittizia (la psicostoria), dei robot, di esseri umani dotati di capacità mentali straordinarie, ma anche di uomini qualunque, non necessariamente eroi, anzi, spesso un po’ filibustieri.
    Qual è dunque il segreto per vendere milioni di copie? Indovinare lo spirito dei tempi con il giusto anticipo. Non troppo né troppo poco. Nel 1940 c’era la guerra e la gente aveva bisogno di sentirsi unita e compatta; non poteva mettersi a fantasticare sui meccanismi sociali che portano al crollo di un organismo complesso. Nel 1961 il neocapitalismo era in pieno boom e la gente cominciava a sospettare che prima o poi sarebbe andato a sbattere contro i suoi limiti. Ecco perché la trilogia della Fondazione ebbe successo con vent’anni di ritardo. Ma, come al solito, un’analisi di questo genere si può fare solo a posteriori. Nel 1940 non la fecero né l’autore né l’editore. Nel 1961 l’autore non ci pensò ed è probabile che l’editore abbia ristampato i romanzi della Fondazione solo perché nel frattempo Asimov si era fatto un nome con i romanzi sui robot.
    Indovinare lo spirito dei tempi al momento giusto è l’unica cosa che conta. In un mondo attratto da dietrologie, esoterismi e trasgressioni, Il codice da Vinci vende a carrettate anche se è scritto con i piedi. La paura e la speranza è un pessimo saggio, ma arriva quando gli italiani hanno paura e non sanno ancora di averla; Tremonti glielo spiega e vince le elezioni. Ecco tutto. Volete vendere un milione di copie di qualunque cosa, essere intervistati da Daria Bignardi, fidanzarvi con una velina? Provate a indovinare lo Zeitgeist. Poi scrivete pure con uno stile sciatto come Verne oppure tronfio come Umberto Eco oppure cupo e noioso come Houellebecq. Non importa. La sostanza fa premio sulla forma anche quando è illusoria: basta che sia condivisa.
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sabato, 10 maggio 2008

Qualche sorriso disinibito...

Quasi quattro anni fa postai su Uffenwanken questo articoletto semiserio. Non mi ripromettevo niente di speciale, invece ci fu da divertirsi. Date un’occhiata: ci troverete la migliore espressione del gallismo nostrano che riemerge al di sotto della patina politicamente corretta. Due noti scrittori si vantano, uno di raggiungere “vette siderali” a letto, l’altro di far urlare le sue partner. Un noto blogger elenca i sintomi dell’orgasmo femminile con l’aria di averli scoperti lui. Eccetera eccetera. Alla fine sopraggiunge una ignota Sofie (un evidente pseudonimo, ma di chi?) la quale, con bel garbo, mette a posto tutti. 
 
                                        Perché le donne fingono ?
 
Nelle Memorie di Giacomo Casanova si legge una illuminante riflessione: la maledizione della vecchiaia consiste nell’essere ancora capace di godere ma non più in grado di far godere, e siccome il piacere di un uomo deriva per tre quarti dal vedere sul volto dell’amata il piacere che le ha dato, ciò che rimane si riduce a ben poca cosa.
    Fin qui il Giacomo nazionale, orgoglio e vanto del gallismo italico. Ma chi ha imparato a conoscerlo un po’ sa che Casanova bara. È vero che una buona parte del piacere di un uomo dipende dalla conferma della propria virilità (e infatti se una donna nel salone del parrucchiere vuol fare sghignazzare le amiche racconta che Tizio, dopo aver fatto sesso, le ha chiesto: “Ti è piaciuto?”). Ma il Nostro confonde le carte quando si dipinge preoccupato di far godere la compagna e si dispiace di non poterlo più fare: in realtà gli rincresce di non godere più come una volta, e arzigogola per cercare scuse (altro esercizio in cui è maestro).  
    Perché sono così severo con il nostro latin lover? Perché, si sa, le donne fingono. Cosa direbbe Casanova davanti alla famosa performance di Meg Ryan in “Harry, ti presento Sally”? Forse proverebbe a vantarsi: lui, con la sua lunga pratica di attrici, non ci cascherebbe mai. Ma la realtà è un’altra. Come ogni uomo sa, è assolutamente impossibile sapere se una donna ha goduto o ha finto. E non valgono neanche le prove a posteriori: il fatto che una donna, dopo aver fatto sesso con te, voglia farlo ancora significa solo che ha in mente qualcosa. Qualcosa che non c’entra con le tue illusioni da gallo.
    A nessuno dei lettori, beninteso, è mai successo niente di ciò che sto per dire (vero?). Non mi sognerei mai neppure di pensarlo! Ma per puro esercizio retorico provate a immaginare una cosa così. (Ribadisco: a voi non è mai successo!). Avete fatto faticosamente del vostro meglio. Apparentemente, lei ha collaborato con scarso entusiasmo. Nel momento culminante del finale travolgente (si fa per dire) c’è stato un sospiro, un “ooh” fioco e roco, una lievissima contrazione. Occhi chiusi, naturalmente. Espressione imperscrutabile. Siete rotolati di fianco e avete fissato il soffitto cercando di trattenere il fiatone. Lei ha fatto passare venti secondi, poi si è rannicchiata contro la vostra spalla.
    E adesso? Poche storie: se le credete, o le volete credere, lasciamo perdere. Siete dei filosofi. Ma se non le credete, dovete domandarvi perché fingeva.
    In effetti, non c’è neanche bisogno di non crederle: basta il dubbio. I suoni erano forzati, i movimenti non erano spontanei, quel rannicchiarsi contro la spalla aveva l’aria di un mezzo rimprovero, come se avesse detto: non importa se non sei stato Escamillo, fammi le coccole come il mio papà. (Non so a voi, ma a me niente mi fa andare in bestia come una che mi si struscia addosso vagheggiando il padre). Insomma: fingeva. Ma perché?  
     Forse qualcuno (o qualcuna) istruisce le donne e spiega che un commento sarcastico sarebbe deleterio per i futuri rapporti. Ma quando avviene questa occulta iniziazione alla psicologia del sesso? E perché a noi maschietti nessuno dice niente?
     Parliamoci chiaro: questa spiegazione non mi convince. Anche perché (non proprio spesso, ma qualche volta càpita) esistono anche le avventure, le “cose da una botta e via”. Possibile che quelle si concludano sempre necessariamente con un orgasmo? E se non è così (e non lo è), perché una donna dovrebbe fingere quando sa benissimo che non ti vedrà mai più?
    Una vecchia leggenda dice che Tiresia trovò due serpenti che si accoppiavano, li percosse con il bastone e per incantesimo fu tramutato in donna. Nove anni dopo si trovò di fronte alla stessa scena, percosse ancora i serpenti col bastone e tornò uomo. Qualcuno gli domandò se, avendoli provati tutti e due, era maggiore il piacere sessuale dell’uomo o della donna. Tiresia rispose che il piacere della donna sta a quello dell’uomo come dieci a uno. (La traduzione dal greco è controversa quanto alle cifre, ma la sostanza è che il piacere della donna è molto superiore a quello dell’uomo).   
     Avanzo un’ipotesi. La donna fa sesso solo con se stessa. (Ripeto: è soltanto un’ipotesi). Ciò che le provoca l’orgasmo è un fatto puramente mentale, che si ingigantisce se, per pura casualità, l’uomo si comporta esattamente nel modo che ha in mente lei. Per questo finge. Per se stessa. Perché per lei l’illusione conta più della realtà.
 
26 Dicembre 2004 - 13:20
Bah, mica tutte fingono. Personalmente non lesino staffilate e scudisciate se la cosa non è andata a buon fine (per me), altro che rannicchiamenti coccolosi e finterie. Non posso generalizzare, perché non ho dati statistici sufficienti, parlo solo per me. Perché quelle che fingono fingono? A mio avviso, per pena verso il genere maschile che sanno essere, in fondo, così fragile e delicato nell'amor proprio...
eburnea
 
26 Dicembre 2004 - 13:41
... Comunque, se fingono, che fingano: alla fine, io non ci tengo troppo che lei mi dica d'essere soddisfatta, non ci tengo a farmi del male per un amor proprio che proprio non ho e a cui poco o nulla ci tengo. In fondo, quando si fa all'amore, si è animali, due corpi, e poi nulla più: inutile condire il tutto con sentimenti finti o reali. Non val la pena.
Iannox/kinglear
 
26 Dicembre 2004 - 15:00
Ferrazzi stavolta ha superato sé stesso in quanto a cinismo. Noto però che eburnea e Iannox non sono da meno. Insomma (ancora) nessuno che abbia un'idea un po' meno cinica (ma forse più realistica, mi permetto di dire) sull'argomento? O, viceversa, ancora più cinica?
markelouffenwanken (Franz Krauspenhaar)
 
26 Dicembre 2004 - 16:04
Un "ooh fioco e roco" di sollievo finale potrebbe pur essere il reale piacere della donna che infine vede terminare l'affannarsi di un maschio maldestro. O col quale non intende assolutamente avere la pena supplementare di spiegazioni relative al fatto. E poi: valgono, io penso, anche le ragioni di Casanova. Esiste il piacere da geisha: quello cioè di far godere pienamente e con arte il compagno o la compagna. C'è anche la donna che sente il fatto di non aver raggiunto l'orgasmo come una propria incapacità e finge per mascherarla, così come si maschera un difetto. Forse persino, se la pensa come il nostro Riccardo sulle relazioni tra illusione e realtà, finge per tentare a forza di immaginazione e finzione di arrivare per tale via al piacere che altrimenti è di sicuro inattingibile. Infine: perché mai tanta convinzione sul fatto che "le donne" fingono? Questo sospetto trattato come fosse una conoscenza assodata, non è semplicemente un indizio dell'insicurezza di alcuni uomini di fronte alla non evidenza dell'orgasmo femminile - fenomeno che sfugge alla prova e richiede fede quasi quanto l'esistenza di dio?...
arden
 
26 Dicembre 2004 - 17:20
Acidello, 'na cifra acidello 'sto Ferrazzi! Sarebbe interessante conoscere le premesse che lo hanno spinto a formulare questa quantomeno discutibile tesi. E' un sessuologo? E' in grado di certificare quello che dice? Ha consultato l'Annuario delle Frigide? Ha in mano dei sondaggi della Demoscopa'? Cos'ha in mano? Siamo sicuri che non si tratta del semplice resoconto dei suoi fallimenti con le donne, eretti a postulato universale?
utente anonimo (non identificato)
 
26 Dicembre 2004 - 17:39
anche a me il commento di eburnea pare soddisfacente. altrettanto le glosse di arden. tranne il fatto che l'orgasmo femminile, in diversi casi, risulta evidente da sintomi inequivocabili (diciamo non più del dieci per cento delle donne che ho conosciuto).
alderano
 
26 Dicembre 2004 - 18:24
Io trovo molto interessanti i commenti fin qui arrivati. Quando ho proposto alla fine del post l'ipotesi che nel sesso ognuno cerchi qualcosa di diverso, cercavo di essere provocatorio. Invece, a quanto pare, sembra che sia un'idea condivisa. A questo punto vorrei fare chiaramente una domanda che credevo sottintesa: l'amore (fisico, emotivo, spirituale o comunque vogliamo considerarlo) è qualcosa di reciproco oppure ognuno lo vive a suo modo, per conto suo ? Per quante accuse di cinismo mi vengano rivolte, io non riesco a perdere la speranza della reciprocità.
riccardo ferrazzi
 
26 Dicembre 2004 - 19:53
Io so SEMPRE quando la mia compagna ha avuto un orgasmo (come se questo, poi, fosse veramente importante, che discorsi da macho del cazzo!!!). Scusate non è il mio superego che parla. Ma la mia (modesta ma sincera) pratica sessuale. Che, ovviamente, si fa in due. Io (noi) lo faccio (facciamo) solo quando voglio (vogliamo) farlo. E vi assicuro che le vette che si raggiungono sono siderali! Quando lo facciamo "di malavoglia" non è mica la stessa cosa!!! Il corpo della donna deve essere ancora liberato, in realtà. Il femminismo (l'unica rivoluzione veramente importante del '900) ha fatto molto (sul piano della consapevolezza), ma molto deve essere ancora fatto. Dalle donne, innnanzitutto. 
gianni biondillo
 
26 Dicembre 2004 - 20:23
Secondo una tradizione, chi fece quella domanda al povero Tiresia ("gode di più l'uomo o la donna") furono Zeus ed Hera che come al solito litigavano. Hera diceva che le donne godono di meno, Zeus (e la sapeva lunga) affermava che le donne godono alla grande.
Tiresia diede ragione a Zeus. Hera si incazzò e accecò il povero vecchio saggio.
Quella antipaticona sempre acida ebbe tale reazione perchè Tiresia non avrebbe dovuto rivelare la verità: il mondo femminile doveva restare sempre misterioso al mondo maschile.
Secondo me, invece, Hera punì Tiresia perchè doveva stare zitto e lasciare voi uomini alla continua ricerca di darci il massimo piacere... (Grazie!!)
missy
 
26 Dicembre 2004 - 21:12
Sono d'accordo con G.B., sottoscrivo punto per punto. (Anche il fatto che stiamo facendo 'discorsi del cazzo'...). Sulle 'prove' ero stato volutamente ambiguo, per attirarmi qualche strale e scaldare la discussione...: quella di cui tu parli è, come dire, il certificato di (piccola) morte. Ma ce ne sono altri, più superficiali: il grido irrefrenato, l'occhio arrovesciato...lo spasmo interiore... E' vergognoso ed osceno, comunque, descrivere alle donne i loro sintomi. Ma mi espongo così proprio per attirarmi gli strali ribelli di donne insorgenti... o forse non solo per questo.
alderano
 
27 Dicembre 2004 - 01:24
Per la verità, io credo di non aver mai conosciuto un'amante pietosa che si facesse scrupolo di non ferire il mio amor proprio. M'è accaduto, piuttosto, di conoscere la donna esigente, che mi accusava di egoismo se la meccanica degli sfregamenti intimi non aveva, per lei, l'esito sperato. Avete mai provato a sentirvi dire: "bastardo, sei contento adesso che hai goduto?". Tra le due, meglio quella che finge. Ti sei mai sentito un attrezzo sessuale, magari con una donna che amavi?
giowanni
 
27 Dicembre 2004 - 03:57
Ribadisco: Ferrazzi non ce la racconta tutta e neanche giusta. Cerca di fare buon viso a cattiva sorca. In realta' non sembra essere affatto interessato al piacere e all'orgasmo femminile in se', ma solo come conferma autoreferenziale, una sorta di scontrino fiscale: vidi, veni, WC.
utente anonimo (non identificato)
 
27 Dicembre 2004 - 08:34
per esperienza personale, l'ansia da prestazione è la peggior compagna di un sano e pacioso rapporto amoroso. per me è stato un problema sin quando è stato un problema. poi, calma, respirazione, presenza e totalità: la gioia.
cristiano prakash
 
27 Dicembre 2004 - 09:59
Casanova rivela ciò che ad un uomo piace di più: osservare lo spettacolo-mistero di una donna che viene. E, diciamola tutta, non ha tutti i torti. Da apprezzare !
cletus1.clarence.com
 
27 Dicembre 2004 - 10:45 
diciamolo ai quatto venti uffenwankiani che Casanova l'era minga un pirla; a parte ogni battuta, in Casanova (magistralmente ma anche ingiustamente strapazzato sia da Schnitzler che da Fellini) si trova anche tanta generosità, pura e semplice. Il piacere di dare piacere. Il piacere di dare. Altro che ginnastica.
markelouffenwanken (Franz Krauspenhaar)
 
27 Dicembre 2004 - 11:57
Sono io che leggo male oppure Gianni è l'unico che fa l'amore in due ? Tutti gli altri sono del partito "dacci dentro e se funziona bene, se no chi se ne frega". Le donne soprattutto, a quanto pare.
riccardo ferrazzi
 
27 Dicembre 2004 - 12:08
Dato che sono una delle poche donne che ha risposto, mi sentirei in dovere di rispondere. Non concordo con r.f.. Si fa in due, assolutamente. Ma si era partiti dal "fingere", e se una finge, è irrimediabilmente sola. Non ha neppure il coraggio di intavolare un "parliamone".
eburnea
 
27 Dicembre 2004 - 13:44
Mah, c'è qualcosa che spinge il nostro r.f. a cercare il difetto nelle donne;-)) Prima dice che fingono e chiede lumi sul motivo di tale fatto, che dà per scontato. Poi, quando ottiene, in risposta al suo quesito, delle ipotesi sui motivi di una possibile finzione (nei casi, cioè, in cui ci sia finzione), ecco che se ne viene fuori con l'altra ipotesi, indimostrata anch'essa, che le donne siano del partito del "dacci dentro e se funziona bene, sennò chi se ne frega".
Ah, povero lui: se così è portato a pensare o sospettare, non c'è tanto da stupirsi, poi, che le donne gli possano apparire dei triboli incomprensibili e sostanzialmente ostili;-))
Arden
 
27 Dicembre 2004 - 15:33
Arden, la mia frase "le donne soprattutto, a quanto pare" era una mera constatazione statistica sui commenti arrivati fino a quel momento. Come sempre, io cerco di esporre nei post alcuni fatti (discutibili, ma fatti) nel modo più asettico possibile e poi nei commenti molti mi attribuiscono questa o quella opinione, come se avessero bisogno di criticare la (presunta) mia opinione per dichiarare la loro. Fa niente. Va bene anche così.
riccardo ferrazzi
 
27 Dicembre 2004 - 13:52
Totalmente d'accordo con Biondillo e con Giovanni. Provo a dirlo per punti:
1. La questione della donna che finge mi pare davvero un po' vecchia. In particolare considerando che, da un certo momento storico in poi (diciamo dagli anni 60-70?) il problema di tutti noi è diventato tutt'altro che la menzogna e l'acquiescenza a situazioni subite, che accetti perché ti danno altre sicurezze: è diventato invece la ricerca quasi ossessiva della felicità, della pienezza esistenziale; e l'abitudine a questa ricerca ha fatto saltare altri valori di riferimento. Quindi, fra l'altro, affanculo la coppia per la vita: se il mio partner non mi va più, ne cerco un altro. Figuriamoci se non mi fa nemmeno venire!
2. Credo che il fenomeno dell'orgasmo simulato sia molto circoscritto, almeno nelle civiltà urbane evolute e almeno fuori dai lupanari, e auguro a Riccardo che non sia circoscritto intorno a lui! Ric ha comunque sempre la capacità di stimolare discussioni interessanti. Sono sicuro che sa stimolare anche rapporti intimi altrettanto interessanti e gratificanti.
3. E' assolutamente vero che ci sono una serie di sintomi dell'orgasmo reale che permettono a chiunque abbia un barlume di sensibilità (diciamo la stessa sensibilità che forse gli ha permesso di fare venire la sua compagna, appunto?...) di capire se si trova di fronte a piacere autentico o simulato. Gianni ha mille volte ragione quando si spazientisce e dice: Io so benissimo quando la mia compagna è venuta! E sono d'accordo che è piuttosto inelegante stare qui a fare la lista dei segni esteriori, alla quale peraltro aggiungerei in moltissimi casi aumento della sudorazione e arrossamento del collo e del petto, il famoso "flush". E così ci sono cascato anch'io, a fare la lista! Ma santo dio, segni accessori a parte, quando una donna viene c'è o non c'è un aumento fortissimo, riscontrabilissimo, delle secrezioni vaginali? La sensazione della penetrazione, dell'aderenza, non cambia CHIARAMENTE? Non capisco davvero di cosa stiamo parlando.
4. Se una non viene e finge, i casi sono due. Se si tratta di un problema sessuale che turba un rapporto d'amore che in tutto il resto funziona, il problema è davvero grave, direi tragico, e merita attenzione, rispetto e considerazione. Nel senso che in questo caso la simulazione è il tentativo sofferto e faticoso di puntellare il rapporto nel suo tratto più debole. Di salvare un amore. E' probabile comunque che la soluzione migliore non sia quella di fingere, un po' perché alla lunga non è sostenibile, un po' perché all'interno di un rapporto qualunque concessione venga fatta senza mediazioni o compromessi, in forma di perdita secca (dall'orgasmo simulato al permesso che il partner vada ogni weekend a pescare con gli amici, quando tu avresti un'idea ben diversa su come passare i weekend...) genera un accumulo di credito da una parte e di debito dall'altra, che finisce per esplodere. Prima o poi gliela fai pagare con tutti gli interessi, e spesso l'innesco alla deflagrazione è un fatto di per sé insignificante. Risultato: sorpresa e sbigottimento del partner, che viene investito dall'effetto accumulo senza averne avuto precognizione (e senza essersene potuto difendere), e rapido passaggio dell'aggressore, chiamiamolo così, dalla parte del torto.
Un pasticcio! Forse non si dovrebbe mai concedere nulla, se non in cambio di una contropartita emotiva o affettiva chiara, leggibile, sufficiente. Detto così suona freddo, lo so, ma non vuole esserlo.
5. Non mi ero dimenticato del caso numero due (ehm). E' il caso penosissimo di un certo tipo di donna sciocca, cattiva anzitutto con se stessa, che a volte finge l'orgasmo per avere poi il piacere acidissimo di poter dire cazzate sul genere maschile e sulle sue inadeguatezze. Questo tipo di donna mi interessa dal punto di vista narrativo, non da quello personale o esistenziale. Lasciamola al suo pH sotto il livello del mare: in questo caso sì, sono davvero affari suoi. E comunque io ne ho incontrata credo solo una. Gridava da tirar giù i vetri, ma quando la storia è finita e siamo passati ai dispetti reciproci mi ha notificato che era tutta simulazione. Chissà quando non simula, allora! Probabilmente il condominio deve venire evacuato. In ogni caso, mi spiace ma questo è l'unico caso in cui vale la pena di dire: peggio per lei.
Raul Montanari
 
27 Dicembre 2004 - 14:08
non lo so, credo si semplifichi tutto un po' troppo, io per prima. non credo che le donne non fingano più, perchè l'istinto a difendere l'uomo (soprattutto il proprio) c'è sempre. vero che dopo un po' in una coppia si innescano automatismi difficili da variare. ma non è tutto così semplice. non è tutto grida che sconquassano le pareti del palazzo, oppure noia. ci sono delle vie di mezzo che non sono state considerate. e non è un caso che ad intervenire siano nella maggioranza maschi. io quindi mi ritiro silenziosamente dalla discussione.
sEp
 
27 Dicembre 2004 - 17:44
scusate signori, ma se ne aveste la possibilità, piuttosto che dare buca, non preferireste fingere? o avete tutti l'ego onestamente esemplare? non pensate che può essere imbarazzante anche per una donna non raggiungere l'orgasmo?
"non credo che tutte le donne fingano", mi pare ovvio: nessuna donna fa della finzione una costante nella sua vita sessuale! però si può senz'altro scrivere che tutte le donne hanno finto almeno una volta! e comunque, anche se ci fossero donne che fingono sempre, fare sesso con loro può essere bellissimo. spesso sono donne più attente alle esigenze del partner. a volte non raggiungono l'orgasmo per motivi fisici o psicologici che nemmeno loro conoscono, ma comunque godono tutto il godibile in un rapporto sessuale. non credo che, in questo caso, fingere sia sintomo di disonestà. le Geishe erano orgogliose di compiacere l'uomo, se ne occupavano come devote adoratrici al cospetto di un dio, è vero, ma se sono state mitizzate è perché gli uomini si sentivano onorati d'avere rapporti sessuali con loro.
kanji
 
28 Dicembre 2004 - 01:18
A volte si finge quando la cosa è meglio che smetta subito. Se c'è amore (non necessario), curiosità (necessaria), passione, intesa, esperimento, gioco e gioia (necessari), non c'è alcuna necessità di fingere. Il sesso non deve avere alcuna regola tra due persone che si sentono. Fosse anche solo una notte o 10 min. all'aeroporto internazionale... In generale, però, di tante volte, se ne possono ricordare epocali poche. E' la top-ten.
missy
 
28 Dicembre 2004 - 11:37
Non buttiamola sul ridere, però. Quello della liberazione e della consapevolezza del corpo femminile è un tema epocale. L'idea stessa che una donna debba fingere per fare felice un uomo dimostra l'esercizio del potere maschile (e il grado di sudditanza femminile) anche sul piano della sfera più intima. E la stessa ansia da prestazione che coinvolge moltissimi maschi mette in luce come questo "modello di potere" gravi pesantemente sulle spalle degli uomini. Anche il nostro corpo, in questo senso deve essere liberato.
gianni biondillo
 
28 Dicembre 2004 - 15:16
cari signori, inciampo casualmente tra queste vostre parole e mi viene un po' da sorridere perchè credevo che quelli che ancora si chiedono se la donna che hanno accanto nel letto sia venuta o meno fossero spariti. mi compiaccio quindi di tutto sto popo' di sensibilità. meno male che ci siete. è vero. si finge. ed è piuttosto spiacevole farlo. in quel preciso momento hai la piena consapevolezza di mentire. e se è l'uomo che ami quello al quale fai il verso è ancora peggio. ma guardiamo l'altro lato della medaglia: la felicità di fare all'amore con tutto il resto. bucarmi il "sacro monte"??? NO. guardo negli occhi il mio amante, sento il suo odore nel mio, tocco l'amore, lo respiro ad ogni lieve contatto. e godo come una pazza.e se poi per una volta non arrivo al cielo è solo una buona scusa per ricominciare da capo.
il sesso coniugale è tecnicamente perfetto, eppure...NO! è PERFETTO e basta. quando raggiungi una completa conoscenza del corpo dell'altro vai a scoprire altri campi che con la scopata di una notte nemmeno potresti sfiorare col pensiero. e vi assicuro che è dopo una certa età che ho scoperto cosa vuol dire realmente avere un orgasmo. un tale alderano fa la lista dei fenomeni più evidenti dell'orgasmo...caro...fai molta attenzione che certe cose alle bimbe si insegnano fin da piccole...e voi uomini vi siete mai chiesti se la vostra donna non si chieda, come voi, se sia stata "brava" o meno? se quel cuscinetto di cellulite non vi abbia dato fastidio, se una gamba non perfettamente depilata vi abbia in qualche modo fatto calare il desiderio, se la VOSTRA di EX vi facesse cose che lei nemmeno sa che esistono, e se paragonate le prestazioni?...eccetera eccetera eccetera...la gratificazione deve esserci da entrambe le parti. io SO che il mio uomo impazzisce per me come lui SA che non potrei avere amante migliore. e nemmeno vado a ricordare o immaginare come sarebbe il sesso dei primi giorni di una nuova relazione. in ogni caso, continuate a esercitarvi...
sofie
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martedì, 06 maggio 2008

Casanova

Proseguo con le anticipazioni del romanzo in fieri, il seguito di I nomi sacri. Stavolta il protagonista è ancora più disorientato. Apre una porta e si ritrova a impersonare qualcuno in cui si riconosce, ma solo in parte.

 

Da quando ho varcato la soglia è come se avessi un cavatappi conficcato in testa e qualcuno facesse forza per estrarmi il cervello. Non sento dolore, ma sono disorientato. I dubbi non mi assillano più: è come se fossero sprofondati un metro sottoterra, e questa è una cosa davvero sconcertante perché ormai ai dubbi avevo fatto l’abitudine. 
Io non riesco a capire cosa mi è successo. Da quando sono entrato qui, più avanzo e meno ricordo. Ormai anche la porta è qualcosa di confuso, come gli avanzi di un sogno svanito. E prima della porta cosa c’era? Mi par di ricordare incertezza, ansia, paura. Ma di che cosa si trattava? Ormai per me questi sono soltanto nomi. Io sono un altro: sono un furbacchione, un uomo con tante risorse e pochissimi scrupoli. Non mi faccio domande sul significato dell’esistenza; mi preoccupo di vivere bene. Sono sicuro di me e mi pare di esserlo stato sempre, in tutta la mia vita. Solo se mi fermo a rifletterci scopro in fondo all’anima un gusto amaro che sa di insoddisfazione. 
Guardo oltre i vetri della finestra. Nevica. Oggi ricorre un anniversario: tanti anni fa, nella notte fra il trentuno ottobre e il giorno di Ognissanti, sono scappato di galera pur di non sopportare un altro inverno al freddo. E dimmi un po’ se non è un destino: dovevo finire la la vita come bibliotecario in questo buco gelato!
Non che mi lamenti, per carità, poteva capitarmi di peggio. L’anno scorso hanno tagliato la testa al re di Francia. E anche a sua moglie, povera donna, che non aveva più difetti di qualunque altra regina. Al massimo aveva un debole per le collane. Ecco di cosa sono capaci i parigini: brava gente, presi uno per uno, ma tutti insieme mala bestia. Ne ho conosciuti di tutte le risme, ho tirato fregature e qualcuna l’ho anche presa, ma nessun parigino mi ha mai fatto paura. Certo, vederseli arrivare addosso tutti insieme dev’essere stato uno spettacolo da far tremare anche il prode Orlando.
E comunque, che città, Parigi! Nel mondo intiero non esiste un altro posto dove sia più facile darla a bere. Se conosci qualcuno di importante, magari uno con cui sei in confidenza perché in passato avete fatto bisboccia insieme, e hai qualcosa di insolito da raccontargli, allora è fatta: i parigini sono così curiosi, così avidi di novità, che basta montare un po’ di apparato per fargli credere qualunque cosa. Ancora oggi mi vien da ridere se penso a quanto poco c’è voluto per vendere l’idea del lotto ai ministri del re. D’accordo: la corona era in bolletta, ma la novità era grossa. Eppure, in fin dei conti, si è trattato solo di guardarli negli occhi, questi gran signori, e dire con aria convinta tutto ciò che volevano sentirsi dire.
Be’, non era compito mio farli diventare furbi. Avevo i miei problemi, io, e dovevo sbrigarmela da solo. Figuriamoci: i miei unici capitali erano la storia della mia evasione e la presenza di spirito. Cos’altro potevo fare se non l’avventuriero, il baro, il truffatore?
Parliamoci chiaro: non ho mai avuto rimorsi a bidonare i fessi. I fessi esistono per farsi infinocchiare dai furbi, come i pulcini e i leprotti esistono per essere ghermiti dai falchi. Io non mi sono mai fatto scrupolo di barare al gioco, di truffare vecchie riccone, di prostituire giovani stupidelle in cerca di emozioni. Anzi, me ne vanto perché l’ho sempre fatto con stile. E c’è poco da storcere il naso. Per fare il macrò ci vuole psicologia, per fare il baro ci vogliono abilità e intraprendenza. E nessuna duchessa, per quanto vecchia, parigina e svanita, si lascia fregare un pozzo di quattrini dal primo sbarbatello. Ci vuole classe. Ci vuole cultura.
Io, senza false modestie, sono un filosofo. Non ho mai creduto all’amore eterno, ma all’amore sì. Se qualcuno vuole darmi del libertino, prego, si accomodi, lo considero un complimento. Però non scherziamo: ho avuto molte amanti, ma ho avuto anche grandi amori. Posso aver fatto il ruffiano, ma non sono un ruffiano. E se qualcuna pensa di essere stata trattata peggio di quanto meritasse venga a dirmelo in faccia, se ha il coraggio. Me le ricordo tutte, le gentildonne che hanno popolato la mia vita; ricordo pregi e difetti di ciascuna e ho argomenti per chiudere la bocca a tutte quante.  
No, rimorsi non ne ho. E non permetto a nessuno di sorridere con quell’aria saputa: non ho rimorsi, vi dico. Certo, ritorno spesso sulle mie avventure. I ricordi scaldano il cuore. Ma in questa landa piena di neve e ghiaccio, in questo posto sperduto dove mi ha condotto la vita, tutto mi ricorda che i soldi li ho spesi, gli amori non ci sono più, il credito e la giovinezza sono andati in fumo. Non mi restano che i ricordi. Li metto per iscritto e nel farmi personaggio mi ritrovo come avrei voluto essere.
Il guaio è che questo castello è una prigione, un’isola in mezzo a un oceano di inciviltà. Per miglia e miglia in ogni direzione ci sono solo villaggi di contadini analfabeti che parlano una lingua ostrogota. E io intristisco. Per farmi rispettare da serve e maggiordomi devo scendere al loro livello, abbassarmi a liti da ringhiera. Ma che senso ha lamentarsi? Non è questo castello il mio carcere. La vera prigione è l’età. Se potessi tornare a Parigi con in tasca una lettera di credito di centomila zecchini, che me ne farei? Sto per tagliare il traguardo dei settant’anni e sperimento nella mia carne la maledizione della vecchiaia: posso ancora provare piacere, ma non sono più in grado di dare piacere a una donna. E siccome tre quarti del godimento di un uomo consistono nel leggere la felicità sul volto dell’amata, il poco che rimane è gonfio di amarezza.  
In giorni come questo, quando fuori nevica, sono costretto a non allontanarmi dalla stufa per non farmi torturare dai dolori dell’artrite. Mi aggrappo ai ricordi, e per un po’ mi ci diverto. Finché non arriva la tristezza. Adesso che non posso più viverla, ma solo cercare di darle un senso, la mia vita mi appare come una ricerca senza esito. Rivivo i miei duelli, torno a fuggire sui tetti del palazzo ducale, tratto ancora con i ministri di Francia, rivedo la duchessa d’Urfé sedotta e turlupinata. Non ho rimorsi, non ho occasioni perdute da rimpiangere. Ma sento un vuoto nel cuore: le mie avventure avevano in se stesse la loro ricompensa: c’era solo da viverle, era tutto lì. Adesso che sono diventate storia passata, guardo la neve che cade e penso alle donne che mi hanno sconfitto, al mistero che mi hanno insegnato e che non sono stato capace di penetrare.
Perché si fa l’avventuriero? Perché si diventa truffatori? Per ottenere quel che si vuole. Io volevo soldi per far colpo sulle donne e volevo le donne per avere amore, per viverlo, capirlo, sapere tutto. Sbagliavo tutto. L’unica donna che non ho avuto, quella che mi faceva entrare nel suo letto e si negava, che mi riduceva a pregare, umiliarmi, minacciare, vergognarmi, impazzire e piangere, lei mi ha insegnato che le donne possiedono la coppa del segreto, ma non ne afferrano il significato e non si curano di conoscerlo. Hanno ragione loro: l’amore stupisce, rende estatici, incanta, ma a patto di viverlo in modo inconsapevole.
Ecco, mi par di vedere i soliti parrucconi arricciare le labbra e sentenziare: era necessario spendere una vita per arrivare a questa conclusione? Secondo me, sì. Gli uomini commettono sempre gli stessi errori perché la verità che ascoltano da un altro, fosse anche Aristotele o Voltaire, non convince mai come quando la provano sulla loro pelle. E anche dopo averla pagata cara se ne dimenticano, o fingono di dimenticarla, o fingono di credere di averla dimenticata. Ciò che veramente vogliono è vivere a modo loro, anche se sanno di andare incontro a una catastrofe. Il gusto della vita sta più nelle sconfitte che nelle vittorie.
Non ci credete? Domandate a quell’imbroglione di Cagliostro, che guariva i malati con la suggestione e ha finito per convincersi di avere chissà quali facoltà medianiche. Io sono stato miglior profeta di lui quando gli ho consigliato di star lontano da Roma. Non mi ha ascoltato ed è finito malissimo. Però ha vissuto. Ha vissuto davvero, e nessuno può sostenere il contrario.
Ebbene, tutti i giorni che Dio mi ha dato li ho passati a cercare. Non ho trovato, ma che ci posso fare? Ormai niente ha più importanza. Scrivo queste memorie sperando di rintracciare nella mia vita un senso che non mi sono mai preoccupato di darle. Ma non lo trovo, e rimango con la sensazione di un peccato sconosciuto che mi avvelena anche i ricordi più deliziosi.
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venerdì, 02 maggio 2008

Croce e Montanelli 2

Il post precedente ha suscitato una reazione di rilievo. Il professor Antonio Sparzani, che insegna Fondamenti della Fisica all’Università di Milano, mi ha fatto avere questo commento. Lo pubblico insieme alla mia risposta.

                                       

1.      Molto interessante e stimolante, Riccardo, ce ne sarebbe da dire. Ecco qualche punto disordinato:
a. nell’elenco dei fatti tipo ETA e Aznar metterei gli attentati dell’11 settembre che hanno enormemente favorito Bush, risollevandone la posizione in quel momento particolarmente debole.
b. l’equivalenza massa energia data dalla formula E=mc^2 afferma una vera equivalenza: si dice cioè, come conseguenza della proposta di Einstein del 1905, che le due grandezze fisiche, massa ed energia, che fino ad allora si pensava si conservassero ognuna per proprio conto in qualsiasi processo fisico, invece possono non conservarsi appunto separatamente, bastando invece che si conservi, per ogni sistema fisico, la loro somma, cioè la sua massa più la sua energia; ad esempio la massa può diminuire un po’ - o anche annullarsi - purché alla fine risulti l’opportuna quantità di energia che compensi quella perdita di massa.
c. E’ vero che la formulazione di Gödel è tecnicamente complicata, però una cosa comprensibile si può dire: Gödel dimostra che forzatamente l’aritmetica (ma non necessariamente ogni altra teoria assiomatica) contiene proposizioni delle quali all’interno dell’aritmetica stessa e della sua logica dimostrativa interna, non si sa decidere se sono vere o false (proposizioni indecidibili), cioè per le quali non esiste una dimostrazione di validità o di falsità. Involuto ma comprensibile. E deprimente per gli assertori della infinita e ineluttabile capacità della logica di decidere tutto.
d. La cosa che mi ha più affascinato leggendo Guerra e pace, lettura che peraltro consiglio a tutti prima o poi nella vita, è la filosofia della storia di Tolstoj: che non poco assomiglia a quello che tu dici. Nel senso che dice, il Nostro, che nessun fatto importante della storia è da ascrivere a merito o demerito di qualche singolo importante Personaggio (T. parla molto di Napoleone, ovviamente) ma che è la somma di innumeri piccolissimi contributi e concause. Nessuno dei quali è da solo determinante. E a tale scopo Tolstoj tira in ballo addirittura il calcolo integrale.
e. La cosa forse più importante che tu metti in rilievo è la differenza tra a priori e a posteriori, che almeno serva ad evitare i così diffusi e indisponenti “l’avevo detto io!” di quelli che sapevan già tutto prima.
Aggiungo solo su questo punto che, da fisico, mi viene da dire che nessuna certezza - matematica o altro - è ovviamente possibile nelle previsioni storiche; nessuna scienza è neppure minimamente in grado di tenere conto delle troppe variabili che determinano il futuro. Ma in questo sta anche il bello della cosa, a parer mio.

Questa è la mia risposta.

Anthony, grazie per le precisazioni che mi danno modo di andare un po’ più a fondo.

a. Certamente l’attentato alle Twin Towers ha rafforzato (provvisoriamente) la posizione di Bush. Quando ho scritto il post sono stato tentato di citarlo a sostegno della mia tesi (dato che non era certo questo lo scopo primario di Bin Laden!). Ma questo esempio avrebbe dirottato una eventuale discussione su argomenti completamente OT.

b. Grazie anche per la chiarezza con cui approfondisci il significato della relazione massa-energia nella fisica di Einstein. Ai fini del mio discorso (riduzione a posteriori in termini semplici e comprensibili di ciò che a priori è complicato ed esoterico), e a titolo di pura e semplice curiosità, mi piacerebbe sapere se le formule originali del 1905 sono espresse in termini di algebra elementare o in termini matematici sofisticati.   

c. Anche per quanto riguarda Gödel credo che il mio discorso stia in piedi. Paragonando la mia formulazione “letteraria” del teorema a quella - molto più corretta e aderente all’originale - che tu hai ricordato, si può osservare come la perdita di profondità sia più che compensata dall’aumento di comunicabilità. Il motivo per cui la diffusione della cultura deve sottostare a un certo grado di banalizzazione è di tipo sostanzialmente economico. Certo è che qualunque scoperta (patto, decisione, ecc.) produce sviluppi alla luce dei quali viene rivisto il giudizio complessivo. Se la diffusione della scoperta non esce dall’ambito scientifico, i corollari che se ne traggono indirizzeranno il significato in un senso piuttosto che in un altro (e non è neanche detto che sia “quello giusto”, qualunque cosa voglia dire questa espressione); se invece la scoperta ha una grande diffusione (e contestuale banalizzazione), influenzerà gli stili di vita e verrà giudicata alla luce di questi ultimi.     

d. Qui invece non sono d’accordo. In questo senso: Tolstoj non si limita a definire la Storia come funzione di n variabili, con n così grande da renderne imprevedibili gli sviluppi; Tolstoj arriva a teorizzare la “inerzia della Storia”, sostenendo in pratica che l’invasione della Russia da parte del rivoluzionario Napoleone era impossibile perché la Storia possiede una forza passiva, una inerzia, che nessuna forza umana può smuovere. Lenin non la pensava così. Nel mio piccolo, anch’io mi permetto di avere un’opinione differente. La mia visione del mondo è sostanzialmente hegeliana e sono convinto che, per vie impossibili da definire in anticipo data l’intrinseca contraddittorietà del reale, la Storia non possa fare a meno di tendere verso lo Spirito Assoluto. Per questo sostengo che la Storia deve essere letta tanto a priori quanto a posteriori: tutte e due le letture sono vere, ma nessuna delle due è esaustiva. In ogni fatto, con le conseguenze che ne derivano, si estrinseca l’opposizione di tesi e antitesi, e per vedere la sintesi bisogna aspettare gli sviluppi. Il che, in fin dei conti significa proprio ciò che sostengo nei miei post e nei miei romanzi: la Storia si fa da sé, non per inerzia ma per entelechia (grrr! come detesto usare termini aristotelici!).  

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lunedì, 28 aprile 2008

Croce e Montanelli

La più grande scoperta del ventesimo secolo forse non è la bomba atomica o la penicillina o la radio o il computer, ma il teorema di Gödel, che dimostra come un sistema logico non può contenere in se stesso il suo ubi consistam. Sarà anche la scoperta dell’acqua calda, però bisognava dimostrarla perché le migliori menti dell’umanità smettessero di avvolgersi nei circoli viziosi.
    Be’, se andate a scovare la formulazione scientifica del teorema ci rimanete male: non solo è incomprensibile, ma è anche involuta, contorta, labirintica.
    E non è mica un caso unico. La formula per cui è famoso Einstein, in realtà, non dice affatto che l’energia è pari alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce. La formula vera è (credo) un’equazione differenziale che afferma l’equivalenza, non di due termini, ma delle loro variazioni relative; e la sua espressione in termini matematici è complicata, esoterica, oscura.
    Nella realtà tutto quanto funziona a base di semplificazioni che tradiscono il senso originario delle cose. I libri di storia dicono in poche righe che un certo patto sancì la supremazia di questo o quello Stato; ma nel documento originale, mille volte più prolisso, non è detto che questa supremazia traspaia in modo evidente. A volte capita che leggendo un trattato di pace si faccia fatica a capire chi ha vinto la guerra e chi l’ha persa. La formulazione originale di una scoperta, di una legge, di un accordo, di una decisione qualsiasi, è molto più faticosa e molto meno lampante di come appare più tardi, quando la Storia ha preso un indirizzo definito.
    Quel che voglio dire è che le cose umane sono tremendamente diverse se le guardiamo a priori o a posteriori.
    Pensate: due giorni dopo aver saputo della morte di Napoleone, Manzoni si domandava (seriamente!): “fu vera gloria?” e si rispondeva altrettanto seriamente: “ai posteri l’ardua sentenza”. Ma che, scherziamo? Domandarsi se Napoleone sarebbe entrato nella Storia oppure no! E non saper rispondere! Roba da non crederci. Eppure è così che funzionano le cose, in realtà.
    Quando leggiamo che Giulio Cesare a Farsalo si trovava in una situazione di svantaggio strategico e proprio per questo cercava battaglia con Pompeo, ammiriamo il suo sangue freddo perché sappiamo com’è andata a finire. Se Cesare avesse perso, oggi diremmo che dar battaglia in condizioni di inferiorità era follia bella e buona. Allo stesso modo, quando leggiamo di Hitler che invade la Russia lo consideriamo un pazzo scatenato. Ma a Natale del ‘41 Stalin non lo considerava pazzo proprio per niente: non poteva sapere che la Wehrmacht sarebbe rimasta inchiodata a venti chilometri da Mosca e sarebbe stata sconfitta a Stalingrado.
    Questa incertezza, questa sensazione di indecidibilità, è ciò che va sempre tenuto presente quando si legge la Storia. Non si tratta semplicemente di ricordare che la Storia la scrivono i vincitori (chi dovrebbe scriverla, se no?). Bisogna anche entrare nell’ordine di idee che i giudizi a cose fatte sono fuorvianti perché finiscono per attribuire a Tizio il merito o il demerito di una combinazione di forze assolutamente imprevedibili; come se Tizio lanciasse i dadi e noi dicessimo che è merito suo se è uscito il sette. Certo, è sua la scelta di aprire il portafogli e mettersi in mano alla sorte, ma dove sta il merito in una decisione di questo tipo?
                                                              ***
A volte mi domando se anche i presidenti e i premier eletti non dovrebbero considerarsi detentori del potere “per grazia di Dio”. È vero che il potere glielo conferisce il conteggio delle schede scrutinate, ma l’esito di una votazione a suffragio universale è così aleatorio, così soggetto a migliaia di sollecitazioni in un senso e nell’altro, da assomigliare all’esito di una battaglia: prima che inizi nessuno può dire chi vincerà, mentre, quando è finita, pare che sia andata nell’unico modo possibile.
    Fino all’ultimo momento tutto può succedere, in battaglia come in campagna elettorale. Eventi imprevedibili spostano milioni di voti. Enrico Berlinguer muore per ictus sul palco di un comizio e il PCI supera per la prima e unica volta la DC. In Olanda un certo Pym Fortuyn viene ucciso in un attentato a pochi giorni dalle elezioni, il suo partito triplica i suffragi ed entra nel governo dal quale era sempre stato escluso. In Spagna l’attentato di Madrid viene attribuito alla ETA, poi salta fuori che non è così, e Aznar viene sonoramente trombato. Al contrario, quattro anni dopo, un vero attentato della ETA aiuta Zapatero a restare al potere.
    L’aspetto curioso di questa linea di pensiero è che gli eventi suscettibili di influenzare la storia di un popolo (o anche la storia personale di ciascuno di noi) sono, di per sé, senza colore. Un ictus non è programmato per arrivare al momento giusto per favorire questo o quel partito, gli attentati terroristici non sono concepiti e messi in opera per favorire questo o quel candidato. Ciascuno può trarre profitto dagli eventi imprevisti e volgerli a suo favore. Ma a volte ci si riesce, a volte no.
    La realtà è che, quando uno prende una decisione (qualunque decisione), deve mettere nel conto che ci saranno conseguenze non previste e non volute, e che queste ultime avranno maggiore portata di quelle che l’hanno deciso a prendere l’iniziativa. La Storia ha il vizio di evolvere in modo inatteso e di far sì che i pronostici dei futurologi diventino sistematicamente carta straccia. (Quando sento dire da ministri e governatori che il PIL è previsto in discesa per poi riassestarsi dopo un anno e mettersi a galoppare dopo tre-cinque anni, mi tornano in mente i prospetti degli uffici budget nelle aziende in cui ho lavorato: primo anno in perdita, secondo in pareggio, terzo, quarto e quinto da nababbi. Un classico. Ma mai una volta che le cose siano andate così).
                                                            ***
E allora, se la realtà ha due facce, una a priori e un’altra a posteriori, cosa dovremmo pensare di chi esalta la preveggenza di Giolitti, la volontà di Bismark, la modernità di Disraeli? Dovremmo leggere la Storia come Benedetto Croce che ci vedeva uno scontro di Idee, oppure come Indro Montanelli (si parva licet...) che ci vedeva uno scontro di Uomini?
    Personalmente mi sono fatto un criterio: Croce guarda la Storia a posteriori perché, da studioso, è abituato a considerare i documenti non per ciò che significavano quando furono scritti ma per il significato che assunsero poi, nel prosieguo degli avvenimenti. Per questo è portato a dare più importanza alla linea di sviluppo che al fatto in sé. Montanelli invece guarda la Storia a priori perché, da giornalista, è abituato a intervistare chi deve decidere quando ancora non ha deciso. Per questo conosce i dubbi e le incertezze in cui si dibatte chi deve prendersi una responsabilità, e conosce anche le miserie umane e le debolezze che influenzano certe decisioni.                   
    E allora, qual è la maniera giusta per leggere la Storia?
    Tutte e due. La Storia è sempre la stessa ed è vera tanto a priori quanto a posteriori. I fatti che la determinano nascono da combinazioni di fattori che quasi mai si rivelano governabili e possono anche contenere in sé i germi di un capovolgimento. La vittoria di Austerlitz sembrò il colpo di grazia all’assolutismo, e invece fu un grido d’allarme che fece arroccare i poteri reazionari per un secolo intero. Al contrario, il colpo di stato del 18 brumaio può apparire la meno gloriosa delle imprese napoleoniche, eppure fu la solida base su cui la Francia, dopo aver tagliato la testa alla monarchia, ricostruì l’unità di una filosofia, di una politica e di una nazione.
    Ogni evento ha due facce e chi si illude di prevederne gli sviluppi con matematica certezza va incontro ad amare disillusioni. Perseguire con coerenza un disegno razionale è il modo migliore per andare incontro al fallimento, e i falliti non entrano nella Storia. Visti da vicino, i personaggi che “hanno fatto la Storia” sono quasi tutti avventurieri che miravano al successo personale senza fissarsi su una ideologia. Nella fase a priori, quando dovevano decidere cosa fare, da che parte schierarsi, l’unica cosa di cui si curavano era conservarsi una via d’uscita nel caso in cui le cose andassero a rovescio. Nella fase a posteriori, quando ormai indietro non si torna più, si affrettavano a interpretare gli eventi nel modo più proficuo per loro. In realtà non facevano la Storia: si limitavano a rincorrerla.
    Ma allora, chi fa la Storia? Nessuno. La Storia si fa da sé.
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giovedì, 24 aprile 2008

Io sono la scimmia, l'uomo è superato

Franz Krauspenhaar sta per uscire con un libro di poesie. Non so se conterrà anche questa. Intanto ve la anticipo, perché mi pare che meriti.

 

Io sono il più figo, il più tremendo
con tutte le ragazze sono come
il rocky roberts, con manetti di passion,
e io spakko tutto, e io rockabilly,
io vinco io slargo io svello,
io sono il più figo der bigonzo
er cecio alto, il fungo atomico
il forzaotto, il poeta salvifico
il crepapadrone! tutto va bene
il figo dei fighi, il super dei supra,
io sono l’alighiero ed il noschese
il frizzi e il lazzi, il bibendum sbronzi,
il kleenex raro, il bombanonbomba
il diofà, il melangelo, il miguel son semper
mi, io sono il do, il la, il niet, il des,
il der die das, il sturm, il drang
l’arindranghete, il balossa, l’udo,
il finnico, il menarca, l’anarca gittato
e il cavalcavia al culo, il delinquez
e il paccalabala, l’hombre vertical
e il razzo uomo, la pantera afghana
il meltingpoppele, l’absurdioclimax,
il feci la reverie di rito, il pavone
sempiterno, il guazzo a rombo 50×70
l’anacreonte rorido, il mellinstofele
l’arcano diuturno ambagio tre per due,
la saponara mingozzi, e abbagnara,
e mio zio, su nella villa, a palmi beach,
e sono il pesce con un occhio solo, sono corso,
sono l’urlo e il fetore, sono il plasmon
antralocita, sono la paranza sul mar cujolivre
sono lynch dall’occhio in su per il waffencréme,
sono la topamorta che pulsa di biscotti ashanti
al pelo di somara, sono il purè coi fiocchi rosa,
e il célinenand, che scoppia di ss in danimarca, sono
il gheriglio teso in dura noce massello semeraro,
sono il vincitore dello slam, che la porta bitocca
sbatta presto e se li porti al diablo tutti, che
slammi la porta, che svanghi che spacchi
che sfondi, io sono il best, il strongest
del contest, io sono il winner, io sò io,
e voi nun siete un cazzo, io sono del grillo
il marchese anni 2000, il sordiano a voci in toro,
e il frutti tuddi, e il sardomatico andale andale,
io sono il cuxco in pera di cacio e fregassai, io sono
quel che sputi, puttanoroscopo segno del vacco
al triclinio sunnita, io sono il de niro al bacioperugia
in jackie brown, con mutande calation, io sono il fonzie,
io sono è vero vero mi son messo davanti un sombrero,
è vero è vero muovo il culo come un salsero,
io sono l’ambassador muratto, io sono il sigarone - vengo
a prenderti stasera con la mia turbato blu - io sono
il sagomato pingitore delle cene romane aggenerone,
io sono il fantozzi, il luttazzi, il paolo mengoli e il mistermengele,
io sono l’ultrabrait, il beneduce, il farolfidoc, il genoacity,
il tenco dead, l’alive grassilli, io sono i karamazov mit der zoff,
il cazzikov, il medardorouge, il van hanegem rep und grabowski,
l’haan arie arie tu mi suggi le bananies, il zuid afrikaaparhta,
il ricordo di giorgio porcaro, il mentelatte locale, il zugo
su per il swisskul, la galleria fellini su per il cunnie, il soldie
e il goldie hawn, l’unica donna che col nome sbadiglia,
io sono il fracicoso, il tashalcortego in supposte mobili
di prodotto angelini superil, io sono il wehrmachtfreiarbeit,
io sono le mie lunghe notti codarde, il minoico dei poeti
beat, il mesozoico di fruttero, io sono le arachidi allo zoo
di berlino, io sono la scimmia, che nella poesia di corso
attende all’uscita i tedeschi dell’est e quelli dell’ovest
tornare alle uniche origini dell’uomo, questo pugno d’ossa
e di carne rossa superato, questo sfigato simile dell’io,
questo declino dell’essere al nulla rivoltato, come cappotto
gogoliano a pere, spantegato sul collio canino, dove volano
le nutrie pensate da max ernst, inseguite da coralli a squalo,
dove muoiono le sentenze e nulla appare all’ultimo plancton
dell’increazione a rovescio, e finirò così, a lanciare l’osso
al contrario, finchè il bufalo rinascerà dalle mie ceneri,
e poi altre specie lontane dalle sue, fino all’ultima crosta
di volatile, dopo la nascita del primo dinosauro, in caldi
e freddi mortali, e dopo l’ultima mosca primigenia
e l’ultimo seme per terra che sia primo,
volante verso il buco nero d’ogni inizio
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postato da rferrazzi alle ore 09:54 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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